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5 ottobre 2021

PO LA PIENA DI OTTOBRE

LA PIENA DEL PO
Immagini del Masero di Calendasco

Alla mattina una discesa inconsueta di legname senza schiuma, mentre al pomeriggio Po cresciuto e discesa delle schiume.
Martedì 5 ottobre le pioggie cadute sul Piemonte sono arrivate dagli affluenti al Po che è andato in una piccola piena.

foto Umberto Battini
 

 





 

3 ottobre 2021

DANTE A PIACENZA

CORREVA L'ANNO 1320
ECCO IL LINK DELL'ARTICOLO
SU QUESTO EPISODIO STORICO
articolo di Umberto Battini
Dante a Piacenza nel 1320 tra incantesimi e magia
scorri la pagina e leggi
oppure leggi dal web
 
 
DANTE A PIACENZA NEL 1320
TRA INCANTESIMI E MAGIA
 
di Umberto Battini

Nell’anno centenario di Dante sbuca fuori una notizia che per Piacenza è davvero incredibile e che abbiamo voluto capire andando a spulciare fonti scritte che l’hanno trattata. Tutti gli storici e studiosi che ne hanno parlato lo han fatto su riviste e libri abbastanza di nicchia cioè non d’interesse popolare ed è per questo che la notizia ha un sapore ancor più curioso essendo avvenuta l’anno prima della sua morte.
Pare infatti che Dante Alighieri nel 1320 fosse a Piacenza: la cosa è già una notizia in se ma quello che strabilia è che era qui in città in qualità di “mago” per preparare un sortilegio malefico, e colui che doveva esserne colpito a morte era niente di meno che il papa del suo tempo Giovanni XXII residente ad Avignone.

Abbiamo voluto seguire questa notizia sfogliando le fonti attendibili e storiche dove noteremo una certa difficoltà ad accettarne il fatto, non fosse altro per la strana e insolita veste che al Sommo Dante viene affibbiata ed è per questo che le citeremo e confronteremo per verità di cronaca. Fatto sta però che c’è una fonte inattaccabile su tutti i fronti: una pergamena conservata nell’Archivio Vaticano e rinvenuta, pubblicata e studiata da Giuseppe Iorio nel 1895 che si riferisce ad una testimonianza giudiziale contro ai milanesi Matteo e Galeazzo Visconti quest’ultimo signore temibile di Piacenza e soprattutto lo fu con la parte nemica “guelfa” come è noto.

Sul Giornale storico della letteratura italiana del 1883 la nota bibliografica dice “G. Iorio, Una nuova notizia sulla vita di Dante, desunta da una pergamena dell’Archivio Vaticano che reca due atti notarili in data 9 febbraio e 11 settembre 1320, facenti parte del processo istituito contro Matteo e Galeazzo Visconti per tentato sortilegio verso il papa Giovanni XXII”. Dalla testimonianza pubblicata si deduce che nel giugno del 1320 Dante era a Piacenza e colui che è posto sotto interrogatorio è il prete milanese Bartolomeo Cagnolati che era subito poi fuggito ad Avignone dal papa per raccontare il fatto cui era stato testimone in prima persona.

Per brevità ecco il succo dei fatti: nell’atto formale del 9 febbraio il prete giurò che verso la metà del 1319 fu chiamato a Milano da Matteo Visconti e poi dal figlio Galeazzo al Castello di Maleo, “non molto lontano da Piacenza” dove gli venne proposto di far un incantesimo mortale sopra al papa usando un feticcio d’argento che lo raffigurava.

Il Cagnolati fuggì ad Avignone e raccontò tutto al papa quindi se ne tornò ma stavolta venne messo in prigione dal Visconti a Milano per 42 giorni e liberato grazie ad alcuni nobili che fecero intercessione per lui, quindi è convocato al castello di Maleo in territorio lombardo da Galeazzo che, secondo appunto gli atti Vaticani, gli racconta “feci ad me venire Magistrum Dante Aleguero de Florencia” per far sortilegio usando una statuetta feticcio, ma il prete milanese se ne ritorna dal papa e di nuovo riferisce del secondo complotto che ovviamente non ebbe nessun effetto.
Quello che è interessante sono le analogie con i nostri tempi nei quali ad esempio sappiamo di millantate e false accusa mosse da personaggi della malavita a uomini poi risultati completamente innocenti dopo traversie giudiziarie. E’ assodato che i due Visconti usarono della chiara fama di Dante per cercar di convincere anche il Cagnolati ad assecondarli in questo atto ed è un chiaro millantare perchè mai i due ebbero a che fare realmente col Sommo Poeta.

La cosa che molti studiosi avvallano è il fatto che quasi certamente Dante per certi suoi proprii affari sia stato anche in Piacenza per qualche tempo ma nulla di più di questo può esser dato per certo. Infatti il fatto vero e storico del conflitto tra il papa Giovanni XXII ed i Visconti è accertato e accettato così come questo maldestro tentativo di fare un sortilegio andando a millantare l’aiuto del Poeta, e che le fonti trattano apertamente. 
 
Ad esempio nel libro “Dante scolaro e maestro” del 1929 si legge che “si crede che Dante fosse a Verona nel 1320, quando fu invitato a Piacenza da Galeazzo Visconti per il sortilegio contro Giovanni XXII”; in “Dante in esilio” di Cesare Marchi del 1964 leggiamo “davanti ad un tribunale ecclesiastico, formato da due cardinali e da un abate, il chierico milanese Bartolomeo Cagnolati, prestato regolare giuramento racconta quanto segue...”. Indro Montanelli in “Dante e il suo secolo” scrive che il “Cagnolati venne invitato da Matteo Visconti, che gli attribuiva poteri occulti, ad usarli contro il Pontefice...”; nel 1928 Arturo Pompeiati scrive “lasciamo stare il viaggio di Dante a Piacenza del 1320... la leggenda però è importante perchè ci presenta un Dante presunto mago, per la credenza allora diffusa che il sapere potesse procurare potenze...”; il Bollettino della Società Dantesca italiana del 1916 così dice “appare Dante come maestro di magia... non si può dedurre nemmeno che il poeta nel 1320 fosse a Piacenza...” ed anche il Bollettino Storico Piacentino del 1908 si occupò del fatto in modo critico e non ultimo appunto Giuseppe Iorio che ha rinvenuto la pergamena vaticana e che nel 1895 pubblica un ottimo articolo sulla faccenda in “Nuovi studi sulla Divina Commedia” così come si legge ampiamente di questo fatto nel 1912 in “Dante vol. 3 ” per la cura del noto filologo Nicola Zingarelli.

Insomma nomi importanti di studiosi danteschi ebbero a capire e scrivere sul caso che però rimase circoscritto e sconosciuto alla classica storiografia piacentina che raramente l’ha trattata, ma rimane invece una curiosissima notizia che ci fa stupire di come il potere di quei secoli medievali si servisse di ingiuriose falsità per accresce e mantenere il predominio su territori e persone.




2 ottobre 2021

SAN DONNINO MARTIRE

RICORRE IL 9 OTTOBRE
A PIACENZA LA CHIESA ROMANICA
E' PATRONO DI FIDENZA
A Piacenza in centro c'è la piccola ma antica chiesa di San Donnino martire, e anche nella vicina Basilica di S. Francesco troviamo una vetrata con l'effige di questo Santo ucciso in epoca romana a Fidenza per il fatto che si era convertito al cristianesimo.
Festa grande nella parmigiana Fidenza (ex Borgo S. Donnino) che il 9 ottobre celebra con solennità e con una grande fiera.
La cattedrale del XII secolo è opera dell'architetto Benedetto Antelami ed anche alcune formelle sono attribuite alla sua mano abile.
Il tema del pellegrinaggio risalta scolpito sulla facciata dove sono ad esempio i pellegrini ricchi e quelli poveri ma sono tante le formelle scolpite e tutte uniche.
Un ottimo Museo diocesano è visitabile accanto alla cattedrale dove si conservano pezzi unici che meritano di esser visti.
Famosa la lunga teoria scolpita di pellegrini sul lato di una delle due torri, in special modo quella detta del Trabucco, la misura medievale lì incisa.
Fidenza è tappa della Via Francigena, da qui la strada si va pian piano a innescare sulle colline che portano al monte Bardone a Berceto ed al passo della Cisa. 
Il corpo di S. Donnino martire è visibile nella cripta della stessa cattedrale.
Per la vicinanza con Piacenza merita una visita che renderà inaspettata la bellezza che si potrà ammirare.
 
le immagini son prese dal web
 


30 settembre 2021

STORICI LOMBARDI

I GRANDI STORICI LOMBARDI
SONO UTILISSIMI PER COMPRENDERE
LA STORIA LOCALE DI CONFINE
NELL'AREA DEL FIUME PO PIACENTINO
E NEL PARTICOLARE DI CALENDASCO


29 settembre 2021

PURGATIO 1311 A PIACENZA

UN OTTIMO ARTICOLO/STUDIO
SU QUALCOSA DI POCO CONOSCIUTO
articolo apparso su ILPIACENZA di Umberto Battini

LA PURGAZIONE DEI TEMPLARI
DI PIACENZA DEL 1311 UNO FU TORTURATO
E UN ALTRO DERUBATO


Non è tutta rose e fiori la vicenda del processo ai templari di Piacenza, purtroppo per quei sette malcapitati, che furono condotti sotto buona guardia armata a Ravenna per ordine di Rainaldo da Concorezzo. Da quel processo uscirono tutti completamente assolti dalle nefandezze mosse loro dagli inquisitori papali e questo per la giusta e umana condotta degli interrogatori dell’arcivescovo Rainaldo che a Ravenna proibì l’uso della tortura, cosa che invece fu ampiamente usata da altre parti e nonostante che i due inquisitori domenicani Nicolaus e Joannes volessero usarla ampiamente.

Dal 17 al 21 giugno 1311 si svolse il procedimento che riguardava 88 articoli d’accusa elencati uno ad uno nella bolla papale del 12 agosto 1308 che andavano rivolti ad ogni singolo templare e che abbiamo letto negli originali latini pubblicati. Dice il papa senza mezzi giri di parole che tutto “l’Ordine e ogni singolo Templare hanno commesso nefandi, scellerati orrendi crimini di eresia” e tra questi “super abnegatione videlicet Domini Salvatoris Nostri Jhesu Christi, et super nephanda, temeraria et presumptuosa et heretica conspuitione super ymaginem eiusdem Crucifixi” cioè “in più rinnegano la divinità di Nostro Signore Gesù Cristo, e tra le grandi perversioni senza timore e con cattivo orgoglio sputano sopra al Crocifisso”. Con la parola latina “super nephanda” a quel tempo si alludeva anche alla sodomia, cosa anche questa della quale erano accusati e che però essi rinnegano nuovamente con la purgazione di Piacenza del 1311 “Item quod in receptione per se vel de se facta non docuit nec doctus fuit quod fratres dicti Ordinis possent carnaliter ad invicem commisceri” cioè ”...non ho indotto ne sono stato indotto a congiungermi carnalmente con i frati del mio Ordine”.

A processo il papa manda tutti i templari di qualsiasi grado o umile servizio e tutti devono dare la loro testimonianza all’inquisitore “in Ordine supradicto sacerdotibus, preceptoribus, militibus et servientibus” nessuno insomma la può passare liscia. I sette cavalieri templari piacentini erano fra Raimondo e Giacomo Fontana, i frati Mauro, Jacopo, Alberto e Guglielmo da Pigazzano e fra Pietro Caccia e tra questi Jacopo Fontana era stato addirittura precettore di S. Maria del Tempio di Milano e questo già dal 1304 come mostrano atti notarili milanesi dei Templari, insomma era un pezzo grosso tra i militi di Piacenza ed infatti come vedremo, sarà vittima di un ingiusto e illegale nuovo processo, violando palesemente le leggi inquisitoriali.

Dopo il loro ritorno da Ravenna da innocenti e pienamente assolti, gli ex-cavalieri si sottoposero all’ultimo atto formale cioè alla “purgatio” la purgazione che avvenne nel palazzo del vescovo a Piacenza e sottoscritta con atto notarile del 5 luglio 1311 il giorno dopo la festa di S. Antonino patrono cittadino e forse questa data non venne scelta a caso perchè significativa.

La purgazione è un atto molto importante da fare nella diocesi di appartenenza davanti al vescovo: il templare accusato di eresia e poi assolto, con questo ultimo interrogatorio nuovamente deve ammettere di non aver mai rinnegato Cristo, ne la Vergine ed i Santi e tra le altre tante cose di non aver mai e poi mai sputato sulla croce di Cristo “non abnegavit Christum... Deum... Virginem...” e “non spuit super Crucem”. Alla purgazione devono assistere per forza almeno sette testimoni, tra gli amici importanti dell’ex accusato “et quilibet eorum per se et singulariter cum septem clericis vel laycis, quorum nulli sint de dicto Ordine Templi, et qui sint fide catholici et probate vite” cioè i testimoni “siano per ogni purgante sette e presi sia tra i sacerdoti che i laici, e siano di fede cattolica e di vita provata, cioè senza macchia e non appartenenti all’Ordine del Tempio”.

I nostri militi infatti fecero degnamente questo atto e per ognuno ci misero la faccia i sette testimoni dei quali conosciamo nomi, cognomi e stato di vita ed ovviamente tutti di questa terra piacentina, per brevità a caso citiamo “Magister Jacobus de Burgo Medicus... Dominus Ghislerius de Bonifacio comes... Frater Petrus minister hospitalis Sancte Marie de Burgheto...” e tanti altri soprattutto sacerdoti e monaci di Piacenza dei quali si cita l’abitazione, la chiesa o il convento.

Il papa Clemente V che vive in Francia, dai suoi messi a cavallo riceve le carte del processo e immediata rimanda una lettera di fuoco a Rainaldo datata 27 giugno 1311, pensate dopo solo sei giorni dalla fine del processo con assoluzione piena e si lamenta che sia stato evitato con negligenza grave ed estrema l’uso della tortura: “per vos subiici debuerint questionibus et tormentis , quod minus prudenter quam et negligenter facere omisistis”.

Ma ecco che accade un fatto gravissimo, un anno dopo gli sgherri del vescovo di Lucca dopo il processo svolto contro i templari di quella città, catturano sulla strada verso Pontremoli (così deducono gli storici dando un paio di tesi sul fatto) il piacentino Jacopo da Pigazzano e lo sbattono in cella: il 24 ottobre 1312 verrà processato nuovamente nella curia di Lucca alla presenza dell’arcivescovo di Pisa Giovanni, del vescovo di Firenze Antonio e del canonico di Verona Pietro Giudice e stavolta non gli verrà risparmiata la tortura.

Puzza di vendetta questo fatto perchè l’ex milite del Tempio piacentino e gia precettore di Milano, è stato assolto formalmente a Ravenna ed ha pure fatto in curia a Piacenza l’atto della purgatio, appurare quel fatto sarebbe stato molto semplice ma tant’è e viene sottoposto al tormento della corda che consisteva nel venire appesi per gli arti e ogni tanto strattonati fortemente, causando dolori e traumi non irrilevanti.

L’accusato questa volta ritratta tutto e ammette le accuse di eresia: rinnegamento della Croce, sodomia e tutto il resto di depravazioni, e questo purtroppo grazie all’uso della tortura che spinse Jacopo da Pigazzano a far cessare quei dolori proprio confessando la colpa e la documentazione lucchese originale parla chiaro. E questo secondo processo fu un clamoroso atto di ingiustizia della Chiesa perchè era assolutamente previsto che un inquisito dopo l’assoluzione e l’innocenza acclarata non potesse più esser sottoposto a processo per lo stesso tipo di reato: a Lucca l’arcivescovo, il vescovo e l’inquisitore veronese per un motivo che toccherà agli storici scoprire, andarono contro legge senza pietà.

Un altro grave fatto è che nel 1314 l’ex milite templi il nobile Raimondo Fontana che nonostante il brutto affare cui era incorso, viveva come anche gli altri, vita agiata, viene assalito da Versuzio Landi e derubato della somma di ottanta fiorini d’oro e vien pure picchiato a sangue; dopo questo episodio gli sgherri assalgono la sua abitazione di Piacenza e la depredano di tutto e non contenti la incendiano. Le cronache del tempo che ci han lasciato gli storici narrano che Raimondo Fontana, vecchio e mai più ripresosi dai traumi fisici e dal danno ai suo beni, morì nell’arco di qualche tempo di crepacuore.

Questi anni che vanno dal 1308 con l’esproprio dei beni a Cotrebbia, a Fiorenzuola ed altri luoghi da parte dell’inquisitore, al 1311 con il processo di Ravenna e la successiva purgazione di Piacenza con assoluzione piena e gli episodi del 1312 con il processo illegale a Jacopo da Pigazzano e poi l’attacco personale del 1314 al vecchio templare Raimondo Fontana, sono uno spaccato di vita piacentina medievale interessante e curioso.

Umberto Battini

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25 settembre 2021

ARTICOLI TEMPLARI

LEGGI I DUE ARTICOLI/STUDIO
di Umberto Battini
basati sui REGESTI ufficiali in latino del processo templare di Ravenna che contiene tutta la documentazione piacentina circa i militi di Piacenza processati e privati dei beni
 
L'ESPROPRIO DEL 1308 DELL'INQUISITORE
 
LA PURGAZIONE DEL 1311 DEI PIACENTINI
 
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23 settembre 2021

SAN GERARDO IL PIACENTINO

Da un mio articolo apparso sul quotidiano di Piacenza LIBERTA'

articolo tratto dalle pagine della Cultura
del quotidiano di Piacenza "Libertà"
di domenica 25 luglio 2010


E' piacentino San Gerardo il patrono di Potenza
Appartenente alla casata dei Della Porta fu vescovo della città Lucana

di Umberto Battini

Il medioevo piacentino, quello più prossimo all’epoca del Concilio di Piacenza delle crociate, svela un illustre concittadino ricordato come “literis ad plene imbutus” (maestro versato nelle lettere), “ex illustri genti de Porta” (della Nobil Famiglia dei Porta) e come gli storici Ughelli e Campi scrivono: “Gerardus placentinus, illustri loco natus”.
Parliamo di San Gerardo Vescovo piacentino, Patrono di Potenza da ben 891 anni stando al suo dies natalis datato 30 ottobre 1119, Santo originario di Piacenza, in città rimangono segni della Famiglia di discendenza e le sue ramificazioni. 
 
La Casata dei Della Porta la ritroviamo a Piacenza investita della carica di Console cittadino; per una ragionata cronologia che possa essere di coronamento agli studi potentini si ricordino i documenti e le pergamene che abbiamo rintracciato a Piacenza e dai quali estraiamo preziose notizie.
Piacenza cercò un legame “storico-artistico” nel 1952 per mano dell’archivista Giulio Dosi e dopo un breve scambio epistolare tra i due comuni quello sforzo non ebbe purtroppo seguito concreto.

La figura di San Gerardo Vescovo di Potenza si affianca degnamente a quella di San Corrado Confalonieri eremita, Patrono di Noto e Calendasco e festeggiato in altri luoghi. La canonizzazione è fatta per mano di Papa Callisto II: “Gerardum civem placentinum episcopum potentinum mortuum in sanctorum numerum retulit”, avvenuta nei primi mesi tra 1123-1124, mentre una lastra marmorea in Duomo a Piacenza ricorda la visita di questo Papa nel 1120. 
E’ per mezzo di un rapporto epistolare con il Direttore dell’Archivio Storico Diocesano di Potenza, don Gerardo Messina, apprezzato teologo, saggista e storico che riusciamo ad ottenere utili informazioni complete sul Vescovo piacentino.
Fu il canonico e storico del Duomo di Piacenza Campi a chiedere notizie al Capitolo della Cattedrale di Potenza e così dopo il 1614 riuscì a portare a conoscenza di Piacenza i fatti relativi alla vita ed alla santità di questo insigne concittadino. L’Ufficio Liturgico del Santo fu lo stesso in uso a Potenza e Piacenza per anni anche se oggi sappiamo essere rimasto in uso nella sola cittadina Lucana, oggi Basilicata.
 
Dal volume interessante di don Gerardo Messina “Dal Po al Basento, Pellegrino di Pace” traiamo notizie precise con dati storici e della tradizione elaborati in modo scientifico, scrive il Messina: “E’ una memoria tenace quella dei potentini per il Patrono S. Gerardo, che merita di essere rinsaldata e rinverdita per le generazioni future” e quindi da trasmettere anche alla terra d’origine, Piacenza.
Certamente già dal XI secolo in Potenza era presente una Famiglia o Colonia piacentina dei Della Porta, sappiamo che fin da allora un altro vescovo piacentino Guglielmo Della Porta era in Potenza ed anche il vescovo di Melfi era di Piacenza. Il Casato dei Della Porta proprio per i suoi trascorsi legami con la terra di Puglia, cui Potenza era compresa nel Ducato, mutò il nome in Porta-Puglia, lo stesso stemma araldico della Famiglia è lo stesso sia in Potenza che a Piacenza.
Probabilmente S. Gerardo era giunto a Potenza già sacerdote, sulla spinta della riforma gregoriana che aveva coltivato nel piacentino nelle aspirazioni spirituali. Potenza è centro di raccolta dei crociati così come Piacenza vede Papa Urbano II riunirvi il Concilio del 1095 che porterà proprio alla indizione della prima crociata. 
A Piacenza in questo tempo nel monastero di S. Sisto vi erano delle suore scandalose che il Papa sostituisce con i monaci benedettini chiamati da Clearmont e Mantova. Giovanni da Matera nel 1139 fonda il monastero benedettino di Pulsano e parimenti il monastero piacentino di Quartazzola è pulsanense senza scordare che questi monaci avevano proprietà terriere presso la “Puglia” di Calendasco, frazione al ridosso del fiume Trebbia.
 
Successore immediato di San Gerardo fu il vescovo Manfredi la cui memoria scritta e autentica lo ricorda come uomo pacifico, dotto, prodigo con i poveri e dedito all’insegnamento ai giovani della cultura. 
E’ doveroso segnalare che appena fuori ai confini provinciali, presso la città di Fidenza, nel portale laterale destro del Duomo, troviamo scolpito S. Raimondino Palmerio di Piacenza e appena sotto la figura di Vescovo benedicente, che è la tipica ed antica immagine tramandata di S Gerardo e che fa supporre quindi possa trattarsi dello stesso Vescovo santo piacentino: infatti la Cattedrale di S. Donnino in Fidenza, mostra la costruzione attuale iniziata verso il 1160 quale Santuario e che quindi porta scolpite figure di santi, fino a che nel 1601 acquistò titolo di Cattedrale con Sede vescovile.
Un documento fatto in Borgo S.Donnino (attuale Fidenza) il 22 agosto 1197 relativo al rinnovo del giuramento di fedeltà a Piacenza ci mostra presenti tra i “consulis communis Placentie” Oberto figlio di Oberto Della Porta, un legame quindi anche con la nostra città.
 
Segni tangibili della vita del Patrono S .Gerardo li estraiamo dalle letture proprie dell’Ufficio della Festa: “Gerardus, Placentiae ex illustri familia De Porta originem duxit. A pueritia hausta cum literis pietate, clericali militiae se nuncupavit” (Gerardo nacque a Piacenza dall’Illustre famiglia Della Porta. Educato da bambino nelle lettere e nella pietà, entrò nelle file del clero).
Come lo stesso S. Corrado che in Calendasco “originem terreman duxit”, ugualmente S. Gerardo in Piacenza “originem duxit”. 
 
Nella Cattedrale piacentina troviamo murata sulla parete destra della prima campata, a sinistra della porta laterale che immette ai chiostri, una lapide sepolcrale del canonico e Diacono del Duomo Nicolò Copallati Della Porta, che fu anche Arciprete di Settima in cui si legge traducendo dal latino: “+1349 11 del mese di luglio – Sepolcro del Signore Nicola dei Copallati – Della Porta canonico – di questa Chiesa Maggiore – di Piacenza e arciprete – della pieve di Settima”. 
I monumenti di Piacenza riguardano un ramo della Famiglia Della Porta, i Coppalati o Copallati; il Santo piacentino Gerardo fu del ramo dei Della Porta che poi si chiamarono Porta-Puglia in seguito alla presunta origine pugliese. Anche nella Basilica di S.Antonino, all’esterno vi è una arca lapidea del secolo XIV sepoltura di un discendente Coppalati-Porta.
 
A Potenza, nella Lucania oggi Basilicata, si ingegnò nell’educare ai buoni costumi i giovani inclini al male ed aprì una scuola per tutti in cui gratuitamente insegnava con “singulari humanitate ac patientia”. 
Eletto Vescovo della città divenne modello per il popolo, già da vivo fece un miracolo straordinario: trovandosi presso il luogo detto di S. Maria, per la calura estiva le genti soffrivano la sete, venne a mancare il vino, Gerardo si fece portare acqua dalla vicina fonte e con un segno di croce la tramutò in vino: gli fu concesso “Cana Galileae renovare miraculum, et ita suos mirabiliter recreare”.
Per otto anni resse la Chiesa potentina fino al giorno della sua morte il 30 ottobre 1119, molti i miracoli succedutesi, tra i quali ciechi che riebbero la vista, guarigione del paralitico.
 
Il 30 maggio si celebra a Potenza la Festa della Traslazione delle Reliquie alla Cattedrale avvenuta nel 1250, in questa occasione si svolge la famosa manifestazione civico-sacra di San Gerardo e i Turchi. La processione consiste in una nave, con un drappello di cavalieri vestiti alla turca, segue il Carro medioevale di S. Gerardo e in carrozza siede il Gran Turco con valletti seguito da alabardieri cristiani;si ricorda con questo solennissimo evento la vittoria sui Turchi per intercessione del Santo.
 
Questo insigne piacentino che tanto ha segnato la storia di un territorio della nazione e che riscopriamo con curiosità e affetto, così come auspica don Messina nella sua lettera: “...possa riuscire utile per una migliore conoscenza – e spero devozione – del vostro e del nostro Santo...”. Come San Corrado Confalonieri anche San Gerardo Della Porta Patrono di Potenza possa con iniziative culturali-religiose future essere un nuovo stimolo per la crescita orgogliosa della terra di Piacenza che sempre più spesso mostra d’avere degnissimi avi che segnarono tempi e luoghi lontani e che accrescono l’identità piacentina.
Umberto Battini
 
articolo tratto dalle pagine della Cultura
del quotidiano di Piacenza "Libertà"
di domenica 25 luglio 2010

14 settembre 2021

TOMBE CAPPUCCINE

NOTE IN MARGINE
SUL RITROVAMENTO DEL 1834
A SANTIMENTO
 
Come abbiamo appreso dal recente articolo apparso su ILPIACENZA (qui il link) a Santimento piacentino si trovarono nel 1834 molte arche con scheletri ed oggetti datati tra Ottavo e Decimo secolo.
Le tombe da come son descritte erano quelle dette "alla cappuccina" che sono usate già dal periodo romano (duemila anni fa) ma continuano questi tipi di sepolture anche per tanti secoli dopo fin ben a tutto il medioevo.
La bellezza del rinvenimento è che queste tombe erano longobarde cosa rara a trovarsi e gli oggetti testimoniano di un milite (un cavaliere sepolto con alcune delle sue armi) e infatti trovarono un anello da arciere ed una punta di lancia con anche un puntale oltre ad altri oggetti in altre tombe.
Il terreno si dice che era vicino alla chiesa del paese e oggi dobbiamo pensare che su quel posto nei secoli forse siano state edificate costruzioni.
Ecco la sintetica descrizione della tomba in questo stile:
in una fossa venivano stese alcune lastre in terracotta, tipicamente prese dalle manifatture che producevano coppi per la copertura degli edifici, o in pietra, o sulla nuda terra. Vi veniva poi steso il defunto, o in una cassa lignea o semplicemente avvolto in un telo, e in seguito coperto da tegoloni (tabellones), congiunti alle estremità e al vertice da embrici; il tutto poi veniva coperto di terra e ai piedi del defunto venivano messi alcuni oggetti che gli appartenevano e che erano il suo simbolo o mestiere.

 

 

 
 
 
 

13 settembre 2021

I GIGANTI DI SANTIMENTO

IL TESTO DEL MIO ARTICOLO
SULLE TOMBE LONGOBARDE
DI SANTIMENTO (PIACENZA)

 
oppure scorri la pagina e leggilo qui sotto

Per puro caso sfogliando vecchi studi piacentini stampati nel 1836 dalla tipografia vescovile Giuseppe Tedeschi di Piacenza ci imbattiamo in una notizia abbastanza singolare e dimenticata, a farcene memoria è Giovan Battista Anguissola dotto studioso di fama che ne scrive una precisa recensione.

In un terreno agricolo vicino alla chiesa parrocchiale di Santimento retta dall’arciprete e vicario foraneo don Francesco Uttini, paese che oggi è condiviso tra i comuni di Calendasco e Rottofreno, nell’anno 1834 alcuni agricoltori intenti ad arare un terreno chiamato Le Bagatte e di proprietà dello Stato, fanno un rinvenimento archeologico importantissimo. Certamente se fosse avvenuto ai nostri giorni quell’area sarebbe stata analizzata accuratamente e chissà quali altri tesori mostrerebbe oltre al solo dato storico che testimonia una florida e vivace vita rurale.

Il fatto raccontato dagli stessi agricoltori è che trovando resistenza all’aratro, furon costretti a guardare meglio ed a scavare pensando che dei macigni bloccassero l’avanzare dei buoi: ebbene alla loro vista comparvero “molte arche sepolcrali quadrilunghe con coperchi modellati a prisma formate da grossi, lunghi e ben cotti pianelloni alcuni più grandi altri più piccoli”. Si tratta della classiche tombe medievali “alla cappuccina” e ne vennero trovate appunto molte il che può far intendere che fosse un antico cimitero e addirittura prosegue la testimonianza “vennero aperte le arche e dalle rimenenze delle spoglie mortali si vide che nella maggior parte di queste tombe erano stati deposti più cadaveri”.

A Piacenza arrivò la notizia che a Santimento fossero state trovate ossa di giganti di epoca remota, di una altezza mai vista prima e quindi si pensò di mandare sul posto alcuni medici legali per fare una perizia su quei resti misteriosi.

La cosa singolare è che queste arche contenevano “da uno fino a sette cadaveri”, cosa forse neanche tanto rara nei rinvenimenti il ritrovare più corpi nella stessa sepoltura, e i periti “osservando qualche avanzo di cranio” capirono dalla dimensione che erano sia di uomini che di ragazzi o bambini e che “la suggestione degli agricoltori che questi cadaveri vantassero una statura gigantesca” era un ovvio errore, anche se vale la tesi che qualche abitante delle nostre aree potesse avere una statura maggiore per via degli stanziamenti appunto di coloni romani del nord-europa e anche di longobardi che non scordiamolo a Calendasco eran ben assodati e ci basti pensare ai documenti del Codice Diplomatico Longobardo e anche a quelli piacentini dell’Archivio storico di Sant’Antonino di Piacenza già pubblicati che ci danno questa conferma.

L’Anguissola è stato testimone di questi scavi e ne parla e scrive in prima persona per aver potuto osservare i reperti ritrovati accanto agli scheletri e ne traccia uno ad uno una piccola scheda storica per provare a dare una datazione all’imponente scoperta.

Sappiamo da indagini archeologiche di superficie svolte negli anni passati solamente analizzando reperti emersi dalle arature, che anche nella località tra il Campogrande di Calendasco e Santimento venne individuata una grande necropoli tardo romana che fu visionata anche dalla Soprintendenza Archeologica di Parma e Piacenza. Il ritrovamento del 1834 invece si legge che è avvenuto nei pressi della chiesa e la cosa non sorprende proprio per il fatto che questa zona era ampiamente abitata già da epoca romana quando vennero insediati dei coloni che resero abitabili queste terre.

Gli oggeti rinvenuti che crediamo sian stati portati al magazzino del Museo di Parma come usava in quel secolo sono degni di nota ma “ciò che però riuscì oggetto dell’universale meraviglia, fu che ai piedi della maggior parte di quei cadaveri si scoprirono interi o rotti alcuni materiali oggetti” che leggiamo erano: una suola ad uso di falegname (una dimma in legno), un’accetta, un pezzo di falce, un ditale da sarto, la parte superiore di una lancia, una campanella convessa in ferro, un anello da fuso in pietra, un puntale di rame, una piccola chiave da lucchetto in puro rame, una moneta di Ottone III e altri pezzi indefinibili rovinati in legno o altro.

Le tombe risultano con cadaveri sovrapposti nel tempo e quindi anche gli oggetti hanno una diversa datazione, ma già deducono che quei resti partano dall’epoca longobarda e fino a circa intorno l’anno mille. La descrizione dei singoli pezzi è interessante, perchè ci fan intendere che a Santimento eran stanziati anche militi cioè persone al tempo di rango e quindi non solo uomini rurali, anche se con il senno di oggi si possono aggiungere migliori informazioni: la moneta in rame con i simboli e le lettere che mostra è datata all’anno 997 ca. quando regnava Ottone III di Sassonia che è stato incoronato re degli Italici a Pavia, e l’Anguissola si dice certo che gli oggetti “danno a conoscere le professioni sia civili che rurali dei defunti”.

Il ditale era non chiuso nella parte sopra, potrebbe esser di un sarto ma sapendo bene che i musei ne conservano di antichi, dalla forma oggi invece desumiamo che sia un anello da arciere perchè appunto quelli museali han questa forma aperta. La punta di lancia lascia capire che quel defunto sia stato un milite cosa infatti attestata “prova ne sia il sepolcro disotterrato in Piacenza nel giardino del fu conte Pietro Calciati del quale parlai a lungo” e invece della chiave di lucchetto “è certo che nel secolo decimo già da lungo tempo usavansi tali serrature”. Tutte le decine di manufatti in cotto furono trattenuti dal contadino che li riutilizzò per altri lavori edili “il fittabile del terreno era in obbligo di por mano ad alcune riparazioni, e perciò si disse fortunato nell’avere scoperto materiali di ottima qualità”.

Del ritrovamento di Santimento spicca il lato storico, importante, che mostra come anche i piccoli paesi e frazioni meno conosciute del nostro territorio piacentino siano invece parte piena del percorso umano vivace che conosciamo dai libri di storia locale.

Umberto Battini



 

se copii cita la fonte

12 settembre 2021

DIALETTO

UNO STUDIO OTTOCENTESCO
SUI DIALETTI
 
Quello piacentino riassunto in una pagina con un divertente dialogo
siamo nel 1864 
 

10 settembre 2021

CURIOSITA' SU SAN ROCCO

IL SANTO PELLEGRINO
CURIOSITA' STORICHE PIACENTINE
CIRCA SAN ROCCO
 
Vi propongo il mio pezzo storico apparso sul quotidiano ILPIACENZA e relativo a San Rocco, articolo del 12 agosto 2021
 
 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
di Umberto Battini

Interessante la Vita di San Rocco che trovate ormai senza fatica nelle tante edizioni antiche sul web, basta andare su Google e digitare "Vita di San Rocco" e compaiono decine di testi d'ogni epoca dalla moderna a quella scritta qualche secolo fa! In effetti i tanti che scrivevano andavano fidandosi di quel o quell'altro agiografo di San Rocco e trascrivevano pari pari certe notizie senza instillare perlomeno qualche dubbio sul dato storico. Ad esempio qualcuno insinuava il fatto che S. Rocco nei dintorni di Sarmato vivesse in una grotta, cosa alquanto improbabile proprio perché siamo in piena pianura, con qualche avvallamento creato dai meandri dei letti dei fiumi nei secoli ma nulla di più. 

Se quindi leggerete tra le tante Vita di San Rocco vi imbatterete anche nella notizia che egli visse tra la radura e la selva, cioè in mezzo a boscaglie praticabili e non in una grotta ma dentro ad una capanna che era nei dintorni del paese di Sarmato. E' qui che ha il periodo di sosta più lungo per il fatto delle pustule che si  doveva curare: leggiamo che nella verde selva dove abitò vi scorreva un rivo d'acque limpide, utili a lui per detergere le ferite e per dissetarsi. 

La cosa curiosa, molto curiosa a mio avviso, e che potrete appurarlo dai libri che trattano della sua Vita, dopo che ebbe lasciato l'ospedale di S. Maria di Betlhem a Piacenza (oggi chiesa di Sant'Anna) e dopo anche una sosta di qualche giornata al fiume Trebbia dove era il guado, a Sant'Antonio fuori le mura di Piacenza per intenderci presso le Case di Rocco che per altro pare che avessero quel nome già da prima il passaggio di San Rocco, eccolo poi dirigersi ancora più ad ovest dopo Rottofreno e peregrinare ancora per pochi chilometri.

Ora interessa sapere che si tramanda che sostò appunto nei dintorni di Sarmato feudo di Gottardo Pallastrelli presso un luogo ricco di vegetazione e riparato, con una piccola fonte, e non in una grotta, ma ecco che si legge che il luogo dove San Rocco prese dimora era nei pressi del fiume Trebbia!

Cosa impossibile per chi conosce il territorio: Sarmato è a pochi chilometri dal fiume Tidone che sfiora Rottofreno ed ha a nord il fiume Po mentre il succitato fiume Trebbia è a quindici chilometri a est e prossimo a Piacenza.

Fatto sta che anche questa notizia è circolata in antiche Vitae Sancti Rochi e poi certamente tramandata anche solo per "copia e incolla" diremmo oggi, ma resta il fatto che compare in libri storici antichi e non era certo una invenzione poetica visto che il fiume Trebbia esiste!

Sarebbe interessante sapere come mai viene anche tramandato come fatto storico che la sua dimora fosse nei pressi di Sarmato ma in una casupola prossima al fiume Trebbia, cosa come detto assolutamente impossibile proprio geograficamente!

Quale sia il mistero di questo dato non lo sappiamo, possiamo fare la ipotesi che sia un errore di conoscenza dei luoghi, ma suona strano che nel tempo non sia stato corretto citando al limite il fiume Tidone, cosa che non è mai avvenuta.

Resteremo anche con la curiosità di capire da dove sian provenute le voci della grotta di pianura e ancor più del fiume Trebbia spostato di oltre una decina di chilometri dal suo alveo!

Un altro aspetto che si vuol significare è quello d'essere stato S. Rocco un vero e proprio penitente francescano: fu a questo ideale terziario al quale aderì  come era tra le possibilità della Regola del tempo per i laici cioè la Supra Montem del 1289.

Storico è che Papa Paolo III nel 1547 con la bolla "Cum a nobis" inserisce San Rocco ufficialmente nel catalogo dei Santi del Terzo Ordine di San Francesco de penitentia nuncupati; sappiamo anche che Papa Urbano VIII nel 1629 ne approva il culto sebbene fosse già fatto da secoli e papa Innocenzo XII nel 1694 prescrive ai francescani di celebrarlo con grande solennità.

Continuiamo ad analizzare un altro dato storico secondo i dati di Pietro Maria Campi illustre storico piacentino che nel primo 1600 ci lasciò alcuni monumentali libri di storia locale.

Il Campi scrive: "in detto anno 1322 in Piacenza fu l'avventurosa venuta del glorioso San Rocco" e continua "è da sapersi che il santo pellegrino, prima d'entrar in Piacenza, visitò molti villaggi del territorio..." tra i quali Caorso.

San Rocco arriva nel territorio di Piacenza nel 1322 e scorrazza e visita vari luoghi del piacentino, passando per tanti paesi e prediligendo gli ospitali.

Un dato: Calendasco vanta un ospedale antico gestito da penitenti terziari sotto la guida di fra Aristide, che nel 1315 accolse il piacentino S. Corrado Confalonieri dopo il fatto dell'incendio.

Ecco quindi un indizio, che ci fa ipotizzare anche il passaggio di S. Rocco tra i suoi fratelli ospitalieri di Calendasco ed in questo 1322 è ancora in piena attività vestito del saio grigio anche S. Corrado.

Ipotesi che qui in questo luogo di ospitalità l'infermiere itinerante S. Rocco (così lo definiscono eminenti studiosi per il fatto che vagava di ospitale in ospitale prestando anche servizio di carità in opere) incontra S. Corrado e gli altri fraticelli: un incontro tra futuri Santi, emblematico e inaspettato! Dicevamo di San Rocco: studi eminenti ci donano riferimenti storico-critici molto interessanti, in sintesi: lo storico antico Diedo dice San Rocco nato nel 1295 e morto nel 1327 ed un altro studio ci informa che fino ad argomenti più decisivi le date cui attenersi sono quelli forniti dal Diedo e altri ancora propongono invece il 1345-1377 ma sempre con molte incognite.

Se le date prime fossero confermate, ne le prime ne le ultime lo sono con certezza ma aperte a studio e ipotesi ancora ai nostri giorni, vediamo una coincidenza piena con l'epoca del piacentino San Corrado: tra il 1315 e il 1325 possono aver avuto un incontro.

San Rocco resta molto amato nella terra piacentina, invocato contro le pestilenze e non poche sono le chiese e gli oratori a lui dedicati nella nostra diocesi che nel giorno della sua morte il 16 di agosto, lo venera e festeggia con riti sacri e grandi fiere locali molto partecipate a Sarmato e Pontedell’Olio.