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immagine di San Rocco al guado del fiume Trebbia piacentino immagine IA fatta da U B
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19 ottobre 2026
DEMOLIZIONE CA' DI ROCCO
SAN CORRADO TRA CALENDASCO E NOTO
il legame storico fra Piacenza e Noto
Le tre lettere conoscitive inviate dai Giurati di Noto nel 1610
Dal lontano medioevo del XIV secolo, una linea ininterrotta corre tra la terra di Piacenza e quella sicula: il nobile milite S. Corrado Confalonieri smette le vesti e lo sfarzo ed indossata una grigia tunica s’avvia alla santità nella terra che più l’ha amato in vita e in morte, l’Ingegnosa Noto.
Ma i rapporti tra la terra natia e quella d’adozione, circa la storia e la valorizzazione umana e poi spirituale del Santo Eremita, hanno avuto uno sviluppo nei secoli attinente allo svolgersi degli accadimenti che proprio da Noto portarono ad elevare agli altari questo virtuoso uomo di fede.
In effetti, in base agli attuali riscontri storici, la vera e propria riscoperta piacentina di questo insigne santo la dobbiamo collocare nei primi anni del 1600, quando per mano degli Anziani della città di Noto, si avvisò la città di Piacenza inviando tre lettere arrivate il 28 aprile 1611, una diretta alla persona del Duca Farnese, una al Vescovo e altra lettera agli Anziani che avevano il governo della città, nella missiva si chiedeva espressamente di far ricerche d’archivio sul Santo Corrado.
Addirittura gli stessi Anziani netini segnalano in queste lettere alcuni dati storici già in loro possesso, quali il fatto che fosse stato maritato con una nobile lodigiana di nome Eufrosina divenuta poi monaca clarissa e che fosse stato feudatario del castello piacentino di Calendasco.
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| particolare della pagina del "Legato Sancto Conradi" relativa alla testimonianza della nascita |
Ma è questa ultima affermazione fatta dai Giurati netini che assume un valore importantissimo per la storiografia corradiana, in effetti la casata dei Confalonieri fu per alcuni secoli feudataria di Calendasco, esercitando dal poderoso maniero il dominio su questa ricca terra attaccata al fiume Po, al nord-ovest di Piacenza.
E che la casata Confalonieri fosse tra le preminenti della città, pur mantenendo questa prerogativa feudale dal borgo, lo testimonia il fatto che uno dei quattro congiurati che nel 1547 uccideranno il Duca Pier Luigi Farnese, figlio di papa Paolo III, sia stato proprio Giovanluigi Confalonieri feudatario abitante a Calendasco come mostrano gli atti delle confisca farnesiana conclusa nel 1586.
Questi accadimenti sicuramente non aiutarono a far sì che le gesta del Santo Eremita, amatissimo a Noto ma anche ormai in tutta la Sicilia e meridione, si divulgassero nella sua terra natale, proprio per il fatto che un suo lontano pronipote partecipò a questo tremendo fatto del quale si occuparono tutti i maggiori storici e politici di quel tempo. Prova ne è che solo sessant’anni dopo ed a confisca conclusa, con l’espulsione del reo costretto a trasferirsi a Milano, si ufficializza e valorizza finalmente anche in Piacenza il Santo piacentino, siamo appunto all’inizio del 1600.
Una delegazione venne da Noto a Piacenza nel 1612 per perorare ancor più queste ricerche, ed è proprio in quegli anni che a Piacenza in cattedrale gli si erige una cappella con affreschi della vita del Santo Corrado e l’anno seguente il canonico e storico piacentino Pier Maria Campi pubblica una agiografia che però, come scrive lo stesso autore, si rifà completamente a quella inviata da Noto nel 1610 scritta dal canonico netino Girolamo Pugliese, quindi di scarno valore storico oltre al già conosciuto: lo stesso prete Campi ammette che dovrà scrivere ancora e meglio del Santo.
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| castello di Calendasco feudo Confalonieri nel medioevo |
L’atto
diplomatico cioè il Legato si conserva nel fondo notarile in Archivio
di Stato a Piacenza ed anche in quello della parrocchia di Calendasco;
questo atto entra a pieno titolo nella vicenda
corradiana perché si scopre che in quello stesso borgo San Corrado era
nato fisicamente e quindi si procedeva ad erigere una suntuosa cappella
nella stessa chiesa, elevandolo a Patrono della comunità anche perchè,
viene testimoniato e scritto, già da tempo gli abitanti del borgo erano
al santo eremita fedelissimi devoti.
Il Legato subito nelle prime righe afferma che San Corrado è un membro della Illustrissima famiglia dei Confalonieri che furono Signori Feudatari nel luogo di Calendasco che abitavano il territorio vivendo nel maestoso castello, territorio e paese nella parte del Ducato di Piacenza che è situata oltre il Trebbia.
Viene messo apertamente in evidenza che senza ombra di dubbio, e non possediamo nessuna prova contraria ed opposta dell’epoca, il santo sia un Confalonieri ed abbiamo prove scritte che tale Famiglia abitando questo feudo abbia sempre mantenuto un legame fortissimo con il paese, e mai ebbe uno screzio con il presbitero del borgo nel corso dei tre secoli che vissero nel castello.
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è un testo estratto da un mio articolo apparso sul quotidano a Piacenza
L'ABITO "PIACENTINO" FRANCESCANO
Estraiamo i commenti e le notizie storiche da un Trattato epocale molto bello e istruttivo, un volume edito nel 1985 a Roma dalle Edizioni Analecta TOR, presso la Curia Generalizia.
Si tratta del “Trattato del Terz’Ordine o vero ‘Libro come Santo Francesco istituì et ordinò el Tertio Ordine de Frati et Sore di Penitentia et della dignità et perfectione o vero Sanctità Sua’ – di Mariano da Firenze scritto verso gli anni del 1520. Il prezioso testo è edito a Roma da Ed. Analecta TOR 1985.
E’ un testo quindi culturalmente interessante che il cultore di francescanesimo dovrebbe avere nei propri volumi personali.
In questo breve saggio daremo in forma sintetica alcuni passi del “Trattato” circa l’abito in uso dalle origini per i Terziari laici sposati o meno e per quelli che già vivevano in piccole comunità alla stregua di quei ‘penitentes’ dell’eremo-hospitale di Calendasco di Piacenza, luogo del ritiro del nostro amatissimo Santo Eremita Corrado Confalonieri. I neretti nel testo sono nostri.
Come si debba andare vestito di panni vili
Cap.° 5°
- pag. 360
Ma quanto al vestire delle donne, dice che le sore si vestino di quello medesimo panno, cioè di quello medesimo pregio; ma concede loro che co mantelli di panno possino portare le tonache di guarnello o vero di panno piacentino bianco o nero, o vero di palutello di canapa o lino, che sia largo et sanza alcuna crespa cucito; el pregio del quale non passi dodici soldi di Ravenna. Ecco addunque per li sopra decti panni et pregii come appertamente sancto Francesco vole che li frati et sore si vestino di panni vili.
- pag. 363
Così ancora del colore, quando uno non volessi portare li panni di tanto vile colore, li possono concedere che porti li vestimenti di colore bianco o nero come si contiene nella regola non bollata, nella quale (S. Francesco) concede loro che per tonica possino havere guarnelo o vero panno piacentino bianco o nero che sia. Così portava sancto Ivo di Bretania et sancta Margherita da Cortona, cioè la tonica bianca virgata di alcune virgule di colore nero ma naturale.
Della forma del habito e come molti signori sono vestiti tale habito
Cap.° 6°
- pag. 364
Per queste pelli che qui co mantelli fa memoria, intendo el vestimento inferiore, che se vogliono portarlofoderato di pelli o aperto o intero, cioè cucito dinanti; se non è intero, non debono portarlo aperto come fanno li altri secolari, ma affibiato come si conviene alla honestà, colle maniche serrate, cioè intere.
- pag. 365
Alcuni altri come heremiti et che vivono in congregatione co tre voti solenni portano uno capuccio dinanzi disteso in sino alla cintura come di rieto, a diferentia de frati minori...
Et benchè dica sia di quello medesimo panno, niente di meno concede loro che decta tonica la possino portare di guarnello o di piacentino bianco o nero. El guarnello è panno di laccia et bambagia, et el piacentino, secondo alcuni, di lino et lana, et secondo altri di rascia. Queste tonache legieri credo sancto Francesco habbia ordinato loro come homo discreto acciò sieno più acte et spedite nel governo della famiglia.
- pag. 366
Ma quanto alla forma de mantelli, trova due forme. La prima è quella come li homini, cioè el mantello alle spalle in figura di peviale affibiato dinanzi al pecto, et maximo le vedove; ma le maritate in alcune parti lo portano aperto, sotto le combita rimesso, et in viduità rimanendo lo affibbiano o lo portano nella seconda forma.
- pag. 367
Li altri vestimenti quanto alla forma (S. Francesco) non li determina, et possonli portare come li altri del secolo, purchè sieno honeste portature aperte o intere che sieno; così le sore possono portare guarnelli et piacentini di colore bianco o nero, et cintole di coio, come portano li altri. Ecco che altro habito non determina che el mantello.
Et però quelli che non volgiono portare el mantello si può dire che non sieno del Tertio Ordine, benchè portino li panni superiori di colore bigio; perchè sancto Francesco non si cura del colore, ma solo che sia panno humile et nella forma che ha ordinato, cioè mantello senza scollatura.

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18 ottobre 2026
VENTI MULINI ANNO 1180
SOME RELEVANT QUESTIONS ON CALENDASCO CASTLE
ON CALENDASCO CASTLE
There are sometimes very "curious" data circulating
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| Calendasco Castle photo UB |
In fact, there are truly "extensive" data circulating that some can even believe in good faith.
But is that really the case?
Question 1
Has the castle ever had 4 towers? Let's say clearly: no!
Yet this extremely false figure is circulating.
The castrum as you see it has always had only one tower, cylindrical, next to the drawbridge.
But in some books, the data circulates, and some even today, with extreme ignorance, support it. To come to see is to believe: one tower only.
Did it belong to other feudal lords before the Confalonieri?
First of all came the episcopal reception! Then the castle: have you seen the castle notarial deeds of anyone other than the Confalonieri?
Some tips led us to check. A long time ago already.
Some misunderstanding of reading ancient notarial papers about the fact.
It's not raining on the Confalonieri. Not even on the time of the birth of Saint Conrad (1290).
But this is not the place to give data, cards, of the fact!
Do not forget the Legate of 1617, notary of the Curia.
Question 3
Some wrote that it was "destroyed at the base" by the Ghibellines of Piacenza in the 14th century.
Someone repeats it, so "copy and paste" to this day!
But does this seem like a true historical fact to you? In your opinion was it really razed to the ground and destroyed?
Here too we are not putting the answer now, but on the other hand in black and white in due course.
In the meantime, let's answer the "fact" of whether this happened or not, your intelligence.
Did the Farnese have a hard hand with the Confalonieri of Calendasco? (Not from other places as we know). So also about the cult of San Corrado in Piacenza?
And this is because of Confalonieri, feudal lord and inhabitant and resident of Calendasco, who killed the son of Pope Paul III, Pierluigi Farnese, with others in the city of Piacenza in 1547?
Unfortunately, the cult was stopped in Piacenza and its territory, until the expulsion, 40 years after the event, of the feudal Confalonieri of Calendasco. Paper in hand, from the originals.
A historical answer exists. To every question. Just look for her! Sometimes you can't achieve the intent, then you have to use "historical intelligence" by connecting data and dates.
For concreteness, we will then provide data from each book, author, page, and year of publication where the many incorrect data are cited.
historical popularizer
17 ottobre 2026
IMPONENTE MANIERO
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il castello che era feudo guelfo dei Confalonieri a Calendasco (Piacenza) foto ottimizzata con IA
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L'ANACORETA SAN CORRADO
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La grotta inglobata nel SANTUARIO a Noto
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Qui comincia il periodo che chiameremo”classico” della vita di San Corrado. E’ tutta una serie di meraviglie, che ti riempiono l’anima e ti esaltano. Fra Guglielmo lo accoglie fraternamente, gli assegna una povera cella presso la sua e un po’ di fieno per letto. Di ciò Corrado è contentissimo, e nel tempo che ivi passa stringe tale intimità con Guglielmo, al quale torna poi vantaggiosa consentendogli di apprendere alla scuola di Corrado il segreto della vera santità. E Scicli deve il suo fulgido astro al Sole di Noto.
Intanto i fiumi di sapienza celeste che fluiscono dal suo labbro, nonché lo splendore dei suoi esempi e dei suoi portenti lo hanno fatto conoscere nella sua vera luce. L’anima del popolo che intuisce lo ha già caratterizzato. Egli non è più il povero pellegrino, nemmeno il compagno e discepolo di Guglielmo, ma il Santo.
S’accresce pertanto il numero dei visitatori e ammiratori. Pietro Buccheri, il figlio di Guglielmo come alcuni altri dediti al mondo, on vede di buon occhio il nuovo compagno del padre, né che egli ne segua l’esempio in una forma di vita austera e penitente. Quest’animosità non turba Corrado, bensì dispiace all’umiltà sua l’ossequio degli altri; e gli pesano tante visite che gli interrompono le meditazioni e le preghiere. Egli brama la solitudine e anela a maggior austerità ed asprezza di vita.
Ed eccolo fuggire inosservato nella famosa grotta dei Pizzoni, la quale passerà alla posterità con il nome di “Grotta di S. Corrado”. Essa s’interna ai piedi di un’aspra roccia che sembra fatta per predisporre lo spirito ad inabissarsi nella meditazione delle cose eterne.
Lasciamo che Corrado la santifichi con la sua presenza e l’illustri coi suoi portenti, e il ruvido speco si trasformerà in uno dei santuari più famosi dell’Italia, meta di innumerevoli pellegrinaggi. Tutto contento vi passa in preghiera e digiuno i primi due giorni: poi va ad elemosinare un po’ di pane e torna alla grotta.
Questa da allora in poi è la sua vita. Viene a Noto per l’adempimento dei doveri di religione; ogni venerdì va alla chiesa del Crocifisso. Le sue giornate trascorre solitario al suo romitaggio nella orazione, nelle penitenze e nel lavoro. L’unione con Dio è l’aspirazione della sua vita.
Appende alla parete della caverna un crocifisso; per letto, tavolo, sedile gli basta il piano sassoso della grotta. Per suppellettili, una zucca seccata per tenervi un po’ d’acqua e pochi arnesi per andar coltivando quel terreno deserto. Lo scarso pane lo chiede in elemosina il sabato a Noto ed Avola. Oh, se quella grotta potesse parlare, quali meraviglie non si svelerebbero al nostro sguardo! Noi vedremmo Corrado nel’ambiente divino delle estasi, delle visioni di cui il cielo lo favorisce: nella ruvida grotta teatro di tante meraviglie, noi ammireremmo un riflesso del cielo, un prolungamento del Paradiso!
Bartolo Longo, notaro, vuol mandare all’amico Corrado un paio di fiaschi di vino. Il servo cammin facendo pensa tra sé che all’eremita può bastarne uno; l’altro lo nasconde tra i cespugli. “Dov’è l’altro fiasco che hai nascosto?” gli domanda scrutandolo negli occhi fra Corrado. “Bada – replicò poi – che una serpe vi sta sopra: che non ti morda quando lo pigli!”.
Andando un devoto a visitarlo è sorpreso da repentino temporale. Si nasconde in una grotta e vi si addormenta. Fra Corrado vede in spirito l’imminente pericolo di colui e, pregando và a svegliarlo. Dopo pochi momenti un fulmine colpisce la grotta: l’avrebbe incenerito.
Nicola Vassallo vuol mandare al buon eremita una forma di cacio, ma la moglie sostiene sia sufficiente metà. Il Vassallo insiste, e il figlio si presenta alla grotta con la forma intera. Fra Corrado divide il formaggio dicendo al giovanetto: “Questa metà è di tua madre e questa di Gesù Cristo”. Pensa una volta l’Anacoreta di staccare dalla sua grotta un masso ingombrante, e chiama in aiuto dei giovani.
Quando questi vedono di quale pietra si tratta gli dicono che è impossibile a sì poche braccia di smuoverlo. Ma Fra Corrado fiducioso in Dio, fatto il segno della croce, li prega di provar visi; ed egli da una parte, gli altri dall’altra vi riescono con mirabile facilità. Rientrato nel’antro, nel quale essi hanno visto non esservi nulla, ne porta fuori pani caldi, che distribuisce. I giovani restano attoniti al doppio prodigio. Ed uno di essi anzi vuole ad ogni costo rimanere col Santo come eremita, ma non sa poi perseverare nel buon proposito.
“Padre – lo prega un giorno un amico – io voglio che oggi veniate a mangiare a casa mia, ché ho comperato dei pesci; vi prego per carità di venire” . E il Santo: “Dio rimeriti la vostra anima per tale carità; ma non fa bisogno per oggi”. Alle insistenze gli dice che i pesci da lui comperati sono stati già preda del gatto. L’amico tornato a casa trova appunto per ciò in collera la moglie.
CLICCA QUI E LEGGI UN ALTRO TESTO SUI TERZIARI A CALENDASCO
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particolare portone bronzeo Cattedrale di Noto San Corrado se ne va a caccia |
16 ottobre 2026
PADRE GABRIELE ANDREOZZI
Padre Gabriele Andreozzi TOR S. Francesco
Tante volte, per la Patronale del 19 febbraio di S. Corrado, è stato ospite di famiglie a Calendasco ed ha concelebrato la Messa Solenne.
I TERZIARI A CALENDASCO
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CASTELLO DI CALENDASCO (PIACENZA) DEL XIII secolo foto elaborata con IA
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II 18 agosto 1289, con la Bolla "Supra Montem", Niccolo IV approvò definitivamente la regola di questo nuovo movimento francescano: Terziari penitenti. Parallelamente alcuni terziari andarono rivelando il desiderio di lasciare gli impegni familiari e lavorativi, per vivere in fraternità, praticando i consigli evangelici votati al servizio dei bisognosi, all'assistenza agli ammalati e governando ospizi per pellegrini.
Fu cosi che il Terz'Ordine di San Francesco si divise in Terz'Ordine Secolare ed in Terz'Ordine Regolare (T.O.R.).
Quest'ultimo venne riconosciuto da Papa Niccolò V, come ordine canonicamente istituito all'interno della famiglia francescana, con la Bolla "Pastoralis Officii" del 20 luglio 1447. Calendasco, piccolo centro a pochi chilometri da Piacenza, situato lungo la Via Francigena, vide germinare una delle prime fraternità del Terz'Ordine Regolare, insediatasi verso l’anno 1270 nella zona in Cò di Borgo chiamata dai locali "Gorgolare".
Quest'eremo-ospizio serviva precipuamente come luogo di sosta e di ristoro per coloro che, una volta passato il fiume Po, erano diretti verso mete distanti. Provvisto di un proprio oratorio con congiunto il campanile, era, con la chiesa ed il castello una delle tre strutture più incidenti di Calendasco.
L’appellativo "Gorgolare" si desume dal peculiare rumore costante dell'acqua del canale limitrofo all'ospizio francescano, che serviva la ruota di un mulino.
Si riporta che la prima fratellanza terziaria di Calendasco fosse composta da cinque penitenti laici, sotto la guida del superiore Fra Aristide.
Singolare quanto leggiamo nel saggio storico "II Terz'Ordine Regolare di S. Francesco attraverso i secoli" di Padre Raffaele Pazzelli TOR: " II terzo luogo di cui ci è stata tramandata memoria è il convento - eremitaggio di Calendasco presso Piacenza. Sin dal 1280 - 1290 esisteva qui una comunità di eremiti, sotto l'obbedienza di Frate Aristide, lo stesso che nel 1290 venne a Montefalco a trovare la Beata Chiara. Dopo la costruzione di quel convento lasciò a Montefalco alcuni suoi frati e ritornò a reggere la sua comunità nel Piacentino".
Nel 1315 il giovane Corrado Confalonieri, nativo di Calendasco ed illustre esponente di una delle più importanti famiglie dell'epoca, fece il suo ingresso nella comunità terziaria del suo paese natale dopo il fatto dell'incendio causato durante la caccia.
15 ottobre 2026
13 ottobre 2026
IL ROMITORIO DI CALENDASCO

A non molta distanza da Piacenza, e precisamente nel luogo ove sorge l'attuale borgo di Calendasco, molti anni prima dei fatti del nostro Corrado era in gran fama un convento di eremiti del Terz'Ordine, dove, appartate dal mondo tra le preghiere, la penitenza e il lavoro manuale, anime assetate di evangelica perfezione vivevano nell'esercizio delle più eroiche virtù.
Il luogo veniva detto dagli antichi storici, del «Gorgolare» e doveva trovarsi, con tutta probabilità, proprio all'inizio del moderno abitato.
(Infatti il molino posto poco discosto dal luogo dei Penitenti, aveva il canale delle acque che davanti all’hospito piegava a gomito verso destra, in direzione del borgo; le acque che facevano girare la grande pala creavano ovviamente un salto imponente che andava a creare quel rumore caratteristico che nel linguaggio comune chiamiamo gorgoglio e da qui la derivazione antica che indicava il luogo presso al Gorgolare ndr)
Entrando, infatti, per la via principale si scorge a sinistra una costruzione assai antica, la quale, per quanto rimaneggiata, ritiene ancora caratteristiche sia di antichità che di convento.
A fianco dell'ingresso, in avanti, col prospetto sulla pubblica via, un ambiente, adibito ora ad uso profano, mostra evidente la sagoma di una chiesetta, che gli abitanti indicano come il luogo ove il Santo vestì l'abito religioso.
L'esistenza di questo romitorio si può storicamente far risalire al 1280-1290. Era a capo della religiosa comunità, in tale periodo, Fra Aristide, al quale qualche documento dell'epoca dà il titolo di Beato, ma che certamente era uomo di grande prudenza e di singolari virtù.
Verso il 1290 come abbiamo altrove detto, venne invitato da S. Chiara a recarsi in Montefalco, in Umbria, per essere da lui spiritualmente diretta e per essere nel contempo istruita intorno alla pratica della professione dei tre voti monastici, già in uso in quella sua comunità del piacentino.
Sollecitato dalla generosità dei signori Bennati, costruì in Montefalco il convento di S. Rocco, che divenne uno dei più rinomati dell'Ordine, poiché vi fu celebrato nel 1448 il primo Capitolo Generale. Cosicché sappiamo con certezza che la comunità religiosa del Gorgolare di Calendasco, della quale era a capo Fra Aristide, esisteva almeno fin dal 1290.
Ora fu appunto a questo antico e solitario romitorio del nostro Terz'Ordine che nel 1315, dopo avere atteso per un paio d'anni alla definitiva sistemazione dei suoi molti beni e delle gravi pendenze, scaturite dal fatto dell'incendio, che Corrado venne umilmente a bussare per essere accolto tra gli umili eremiti del Poverello d'Assisi.
Il perché egli si sia precisamente diretto a questo convento del Terz'Ordine e non ad altro luogo più remoto da Piacenza, ove avrebbe potuto vivere in maggior nascondimento, non sapremmo propriamente dirlo.
Forse fu la grande fama di santità o la personale conoscenza di Fra Aristide ad attirarvelo, come pure poté essere il fatto che il romitorio gli era già familiare trovandosi vicino al suo castello se non addirittura nell'ambito delle sue stesse possessioni calendaschesi.
dal libro San Corrado Confalonieri Patrono di Noto, edito a Noto 1984, di p. Giovanni Parisi TOR
SE COPI CITA LA FONTE12 ottobre 2026
ERA IL GENNAIO 1482
Le truppe inviate da Ludovico Il Moro Signore di Milano












