VISITE AL BLOG N. 283.000 se copi qualcosa cita la fonte per correttezza

9 settembre 2026

NEL 1315 L'INCENDIO

L'AREA ANTICA DI CALENDASCO
L’INCENDIO

di Umberto Battini
    agiografo di San Corrado

La causa che spinge il nobile Corrado a dare una svolta alla sua vita è collegata senza ombra di dubbio al fatto dell’incendio che provocò durante una battuta di caccia. 
Siccome fu incolpato del danno un innocente contadino, Corrado lo fa liberare ammettendo la colpa: lui è il colpevole e lui è l’uomo da punire. 
Gli antichi Statuti piacentini sono da datare al 1322-36, Galeazzo I Visconti milanese e Signore di Piacenza morì nel 1328, gli studiosi propendono perché “una compilazione di norme da lui ordinata, potrebbe essere avvenuta soltanto nel periodo fra il 29 dicembre 1322 in cui ritornò al potere, e il 1327 in cui ne fu deposto. 
 
ANTICHE LEGGI
In questo arco di tempo cade appunto la compilazione del 1323 cui si aggiunsero altre norme che risultano confermate nel 1336 da Azzone Visconti... ed altre ancora poste sotto gli anni 1341-1342” e proprio queste antiche leggi trattano anche dell’incendio: “Munita di sanzione penale era soltanto la norma relativa all’incendio doloso, e la pena variava a seconda dell’entità del danno arrecato... tuttavia il condannato poteva sottrarsi alla pena corporale pagando al Comune la somma di 200 lire entro quindici giorni dalla condanna, e risarcendo completamente il danno”. 
 
Per la cessione dei beni in caso di dover pagare per un danno causato, quale appunto l’incendio, oltre alla forma della espropriazione dei beni da parte del potere civile, poteva essere attuata “la volontaria cessione di tutti i beni da parte del debitore”.

La famiglia del santo era guelfa, intimamente legata alla chiesa piacentina e molto vicina ai francescani. 
Nello stesso borgo di Calendasco esisteva una piccola comunità di frati laici della Penitenza, cioè del Terzo Ordine francescano che erano conosciuti per il loro modo di vivere in povertà al servizio di tutti, anche dallo stesso giovane Corrado.

IL LUOGO DELL'INCENDIO DEL 1315
La Tradizione dell’incendio, che si è tramandata da secoli nel piacentino, narra di due possibili luoghi: la località Case Bruciate di Travazzano nei pressi di Carpaneto – ove i Confalonieri possedevano una Casa Torre con delle terre presso Celleri – oppure il Villa Campadone – luogo vicino a Calendasco e rientrante nel feudo che gli stessi qui avevano.
Un ‘molino brugiato’ c’è anche nei pressi dello stesso paese e proprio ove nel 1805 le mappe catastali napoleoniche indicano il “molino Raffoni”, quello legato alla tradizione del gorgolare. 
Il molino bruciato posto a Calendasco confina con la strata levata, cioè la strada che è rialzata proprio per far sì che il rivo macinatore possa far quel salto necessario a smuovere la grande pala del molino.

Ma anche una nuova ipotesi per collocare l’incendio causato dal giovane san Corrado può aggiungersi a queste: infatti non molto lontano da Calendasco, a pochi chilometri – (circa quattro) - in direzione di San Nicolò a Trebbia, esiste una località chiamata ‘la Bruciata’ di antica memoria.

Il fatto eccezionale è dato da una pergamena dell’11 gennaio 1589: è una investitura di un fondo terriero di 200 pertiche fatta dai monaci di Quartazzola (località a pochi chilometri da Piacenza posta non molto lontano dal fiume Trebbia) ad un certo Cesare Viustino che è erede del fu Alfonso.
La pergamena riporta che le terre sono poste nel territorio di Calendasco, in direzione di San Nicolò e nel luogo detto “alla Brugiata”: una vasta area agricola coltivata di ben 200 pertiche (pensate che un campo da calcio è di circa 4 pertiche piacentine).

A diritto questo grande spazio rurale fatto di campi coltivabili, vitigni e zone a bosco può essere ritenuto il luogo dell’incendio di san Corrado Confalonieri? 
A mio avviso si, con un buon margine di possibilità, data dalla ragionevolezza che una così vasta possessione terriera sia ricordata nel ‘500 con il nome ‘Bruciata’, sintomo che lì vi fu nei tempi andati un possente incendio che ancora segnava la toponomastica e la memoria della gente.

Per restare in argomento una carta sempre dei frati Bernardini di Quartazzola del 23 giugno 1654 testimonia del fitto di terre ad un certo signor Viustino (discendente dell’altro prima citato) poste alla “Bre” in territorio di Calendasco che sono al ridosso confinale con i paesi di San Nicolò e Santimento.
A buon diritto ritengo che se la certezza per l’incendio corradiano non è possibile darla per scontata, tutto quello che la vecchia storiografia dava come unico dato, cioè citando solo ed esclusivamente quale posto del danno ‘le Case Bruciate’ dell’area di Travazzano, sia da ritenere sorpassata e ampiamente messa in discussione dai nuovi dati storici inediti che ho rintracciato in Archivio di Stato di Parma e Piacenza: cioè il molino Bruciato di Calendasco e soprattutto l’area agricola nel territorio dello stesso Calendasco chiamata ancora nel 1589 la Bruciata, ha più valore storico per crederla area dell’incendio corradiano, al contrario di quello che può essere un toponimo relativo a delle poche case andate bruciate.

testo preso dal volume "I Documenti Inediti Piacentini di San Corrado Confalonieri" edito nel 2006 - Calendasco - di Umberto Battini

il testo non riporta le note a margine contenute invece nel libro, con tutti i riferimenti di Archivio di Stato e dei Fondi citati

se copii cita autore e web  

CASTELLO DI CALENDASCO

QUI L'ARTICOLO APPARSO SUL QUOTIDIANO ONLINE ILPIACENZA.IT IL 24 SETTEMBRE 2023 DI UMBERTO BATTINI 
clicca qui per leggerlo da ilpiacenza 
oppure scorri la pagina 

Castello di Calendasco, tra queste mura nasce un santo e si compie un omicidio

Il castello viene costruito in laterizio, così come in mattoni è il più antico recetto, probabilmente già attorno ai primi anni del ’200


di Umberto Battini
 
IL FORTILIZIO DI CALENDASCO (PIACENZA) EX FEUDO CONFALONIERI

 
E' disseminato di castelli l'intero territorio Piacentino, alcuni semidistrutti, altri grandiosi e abitati, alcuni visitabili, dall'Appennino e fino al Po. Riaperto ai cittadini, dopo un accurato restauro architettonico, l'antico disseminato di castelli l'intero territorio Piacentino, alcuni semidistrutti, altri grandiosi e abitati, alcuni visitabili, dall'Appennino e fino al Po. Riaperto ai cittadini, dopo un accurato restauro architettonico, l'antico castello di Calendasco è ricco di storia da raccontare.


Per dovere di cronaca storica bisogna premettere che nel X Secolo fu voluto per volontà del vescovo di Piacenza, padrone di questo territorio, un primo luogo difensivo, il recetto che era un prototipo di grande magazzino dove accumulare i prodotti della terra. Ma serviva anche come luogo di riparo dei contadini in caso di pericolo e la chiesa, costruita anch'essa su di un monticello, un tumulo, fa parte della prima antica costituzione del borgo nascente di Calendasco. Basti dire che ci sono documenti datati all'epoca longobarda che trattano di affari svolti dal “presbiter de Kalendasco” ma non solo, e dunque un bel fardello storico.

Possiamo tracciare una breve sintesi della storia di questo castello, con l'ausilio di documenti di prima mano, che a suo tempo abbiamo potuto visionare negli Archivi di Stato di Piacenza, Parma ed anche di Milano.

Il castello viene costruito in laterizio, così come in mattoni è il più antico recetto, probabilmente già attorno ai primi anni del '200, in un territorio di parte guelfa, quando il vescovo di Piacenza era addirittura conte e la Chiesa aveva un proprio manipolo di uomini armati (la masnada). Non s'andava tanto per le buone a quel tempo.

Le carte ci dicono che il “castrum seu rocheta Calendaschi” possedeva un grande fossato (fovea) e due “caminate magne” cioè due saloni con camino, uno superiore ed uno al piano inferiore, oltre ad alcune stanze residenziali. Erroneamente da quanto qualcuno scrisse, il castello non ha mai avuto quattro torri: una sola e cilindrica (probabile che quella primiceria fosse quadra). Casomai dato che il castello ed il recetto sono addossati, lo testimoniano anche i due ingressi a levatoio (oggi trasformati in solidi ponticelli in cotto), si può contare la piccola torre che fino agli anni '70 del secolo scorso sorgeva sul lato nord-ovest del recetto e poi miseramente crollata.

Si narra anche di un “pozzo del taglione”, cioè con lame acuminate ove gettare nemici, giustiziandoli in modo orrendo, cosa mai verificata, mentre è assodato che nel fondo della torre si sono lasciati gettare prigionieri, questo è possibile ed anzi era praticato. Un'altra invenzione della fantasia popolare è quella che narrava di un ipotetico “tunnel” che dal castello di Calendasco arrivasse niente meno che fino al palazzo Farnese di Piacenza. Inimmaginabile, basti pensare alle falde acquifere poco profonde e poi alla distanza, che anche in linea retta tocca i sette chilometri.

I FEUDATARI
Tra i feudatari accreditati, ovviamente i Confalonieri fanno la voce grossa: restano nel recetto affreschi dello stemma della casata (gonfalone bianco su sfondo rosso) e il cassonato ligneo della “caminata superiore” tempestato dello stemma. Decine di documenti attestano della loro feudalità in questo borgo, e se l'archivio parrocchiale è ben ricco di carte, anche in quelli di Stato non mancano carteggi notevoli.

Nel 1290 dentro al castello vi nasce Corrado Confalonieri, poi convertito e divenuto santo francescano eremita a Noto in Sicilia e della nascita lo attesta anche il vescovo di Piacenza in un atto notarile di curia del 1617.

Si dice anche d'altre famiglie quali i Guadagnabene, mercanti piacentini, feudatari in loco ma dell'atto d'infeudazione non c'è traccia e quindi fa buona fede la ricerca istituita appunto nel 1611 e culminata nel 1617 con l'atto curiale.

L'ASSEDIO DEL 1482 

Nel 1482 una truppa inviata da Lodovico il Moro pone sotto assedio il castello tenuto dal capitano Antonio Confalonieri, genero del conte Sanseverino lì rifugiato. In due giorni, tra 17 e 18 gennaio l'assedio con “archibusii e ballotte” si conclude, con un freddo che attanaglia: il Sanseverino se ne parte per Milano ed il Confalonieri rimane saldamente al suo posto, questo è nero su bianco. Ai Confalonieri nel '400 il Duca di Milano concede anche di poter ampliare il castello e le sue mura, sono documenti conservati in Archivio di Stato a Milano.

Nel 1547 Giovan Battista Confalonieri residente nel maniero e importante nobile piacentino partecipa all'uccisione di Pierluigi Farnese figlio di papa Paolo III. Ci vorranno ben 40 anni perché i Confalonieri del ramo del casato assassino migrino a Milano e con il buon gruzzolo della vendita del feudo, terre, castello e recetto compresi.

Questo fatto bloccherà il culto a Piacenza di San Corrado Confalonieri fino ai primi anni del '600 e anche questo è acclarato, la famosa “Damnatio Farnesiana”. Il 13 settembre del 1572 Camilla Confalonieri, moglie di Lodovico, uccide in camera da letto del castello al piano superiore il marito, con l'ausilio dell'amante Antonello dei Rossi. Lei fuggirà dal maniero travestita da uomo, ma in città sarà poi catturata.

Il castello a fine '500 con la confisca farnesiana passa al conte Zanardi Landi e avanti nel tempo al nobile milanese Vimercati. Non ne prenderanno mai possesso i Perletti di Calendasco, ultimi feudatari locali, che vivranno nel loro grande palazzo in piazza di fronte alla chiesa del paese ed il maniero ha altre proprietà.

Il castello arriverà poi nei beni della famiglia piacentina Scopesi Dalla Cavanna e proprio quest'ultimi a fine '800 lo doneranno al Comune di Calendasco. Nel tempo il maniero, abbandonato, divenne luogo d'accoglienza di sfollati in tempo di guerra e poi nel salone al piano terra vi fu insediato un maglificio, che diede lavoro a tante donne locali.

Va detto che anche quando pochi decenni fa il castrum era abbandonato: mai negli anni nessuna delle amministrazioni comunali lo lasciò diroccare e quando necessitava il tetto veniva sempre rifatto o aggiustato per evitare dannose infiltrazioni.

IL MANIERO AI NOSTRI GIORNI 

Oggi il grande castello di rossi mattoni cotti nelle fornaci antiche che erano una alla località Arena e l'altra appresso al Po al Mezzano, si porge alla cittadinanza restituendo un prezioso bene civico.

Il suo ottimo restauro sta consentendo adesso un uso per varie attività culturali e di aggregazione, potendo calpestare come secoli fa i suoi due grandi saloni storici. Come recitava una strofa dell'Inno di Calendasco, composto da don Federico Peratici nel 1966, possiamo anche noi cantare “stretti intorno al campanile della chiesa ed al turrito e magnifico castello, sorge come un magnifico vascello!”. Il castello di Calendasco è ricco di storia da raccontare.

 

del 24 settembre 2023 di Umberto Battini

se copi cita la fonte
 

IL LIBRO DEL 2024 CORRADIANO

IL LIBRO CONTIENE LE CARTE
ORIGINALI E MAI RESE PUBBLICHE 

La testimonianza del culto antico e legato a Noto
direttamente con Calendasco e tanto altro 
UN TESTO EDITO NEL 2024 MA ATTUALISSIMO
 


8 settembre 2026

RIVOLTE CONTRO LE TASSE

LE RIVOLTE PIACENTINE
CONTRO LE TASSE DEL DOMINIO
SFORZESCO
articolo dal quotidiano ILPIACENZA.IT
del 6 settembre 2026 di Umberto Battini

 
 

PAPA PAOLO III A PIACENZA

ECCO L'ACCOGLIENZA 
PER IL PAPA A PIACENZA
NEL 1538
articolo dal quotidiano ILPIACENZA.IT
del 30 agosto 2026 di Umberto Battini
 

 

BUONI E CATTIVI NEL 1538

BUONI E CATTIVI
ECCO ALCUNI DATI STORICI
L'ABOLIZIONE DEL 1538
LEGGI SU ILPIACENZA quotidiano
del 23 agosto 2026 articolo di Umberto Battini


 

19 agosto 2026

LA STATUA NELLA VALLE DEI MIRACOLI

VALLE DEI MIRACOLI

LA STATUA IMPONENTE E ACCOGLIENTE
Nel piazzale della cava davanti al Santuario di Noto
 
UN LUOGO STORICO
DI IMPORTANZA ASSOLUTA
Qui la Grotta, il Santuario con l'antico Romitorio dei frati di San Corrado del 1500
 
Parliamo della Valle dei Miracoli, ovvero della Valle dei Tre Pizzoni, "lembo di Paradiso sulla Terra" nella frazione abitata oggi detta "San Corrado Fuori le Mura" di Noto. 
Qui San Corrado camminava, qui il Patrono ha vissuto gli anni più importanti della sua vita umana e religiosa.

IL SANTUARIO NELLA VALLE NETINA
Da qui nasce tutta la devozione verso il Patrono, l'eremita il Santo.
Il Santuario attuale, è voluto a metà del 1700 dagli "eremiti di San Corrado" quando dopo il 1693 crollò purtroppo il piccolo luogo sacro sotto alla grotta. Per salire fino ad essa c'erano almeno una decina di scaloni.
Un fatto di devozione, di Storia maiuscola, di Tradizione religiosa è il festeggiare in modo solenne la Festa Agostana del Santo qui al Santuario, qui dove da qualche anno troneggia solenne anch'essa, una bella statua di San Corrado Confalonieri benedicente, accogliente.
Ed è giusto e devozionale anche la tradizionale festa agostana qui in Santuario dell'Ottava al mattino, con la Processione con la nuova statua del Santuario, con l'Omaggio Floreale alla grande statua bronzea sul piazzale e poi la santa messa, fulcro del culto.

UN LUOGO DI FORTE DEVOZIONE
Insieme i Fedeli e devoti netini d'ogni generazione, Portatori dei Cilii, Portatori di San Corrado, tutti devono onorare con forza quel luogo santo e tanto più anche nel momento culmine dei festeggiamenti estivi.
L'Ottava al Santuario, con le sue cerimonie rimane un momento forte, da tenere in alta considerazione, ripetiamo: qui su questo suolo visse, fece miracoli, ebbe le sue lotte e tormenti, qui rese l'anima a Dio, da Santo! 
Tutto quello che può elevare il pensiero, la devozione è un'opera importante di sviluppo e mantenimento del culto patronale, l'hanno fatto per secoli i nostri avi, e va fatto ancora e per sempre.

Alla Gloria del Protettore, alla Glora della Vergine Maria e alla Gloria non ultima di Dio Onnipotente.

Perchè San Corrado è la nostra scala verso il Paradiso e proprio da questa grotta santa, da questa terra di roccie e natura selvaggia San Corrado ci invita al lembo di Paradiso nella Valle dei Miracoli!

Arrivare su quella spianata, con San Corrado là che invita tutti, con l'ingresso al Santuario per mezzo di un lungo e mistico viale, che costeggia da una parte la piccola valle del rivo dall'altra ruvide roccie, ogni volta fa battere forte il cuore: è un Incontro! 

Umberto Battini
storico di San Corrado




18 agosto 2026

LETTURA AL BLOG

GRAZIE AI LETTORI DI QUESTO BLOG
superati ampiamente i 280MILA accessi 

alcuni articoli storici, sono ora tradotti in più lingue, principalmente nella lingua Inglese, per maggior diffusione
 
buona estate a tutti ! 

16 agosto 2026

SAN ROCCO PELLEGRINO

SAN ROCCO IL PELLEGRINO
TERZIARIO FRANCESCANO LAICO
QUI ALCUNI DATI STORICI DAL QUOTIDIANO ILPIACENZA.IT
DOMENICA 16 AGOSTO 2026 articolo di Umberto Battini

L'EREMITA PENITENTE

TRA CALENDASCO E NOTO
SAN CORRADO CONFALONIERI
L'EREMITA PENITENTE
     
di Umberto Battini
    storico di S. Corrado
 
articolo dal quotidiano di Piacenza LIBERTA'
mercoledì 15 febbraio 2012
di Umberto Battini
      

La figura storica di questo Santo piacentino passa attraverso la contestualizzazione con il territorio, non ultima quella che oggi è la Via Francigena.  Difatti il nostro Santo Eremita inizia la sua avventura spirituale da quel piccolo borgo che è Calendasco: il castello e l’hospitio-romitorio. Ai nostri giorni abbiamo proprio qui sul Po, il passo francigeno detto “di Sigerico”. 

Il romitorio già verso il 1280 era retto da frà Aristide, maestro spirituale di s. Corrado e superiore del piccolo ospedale, proprio frà Aristide nel 1290 andò a Montefalco per presiedere alla costruzione del convento di s. Chiara e poi tornò a reggere la sua Comunità piacentina di fraticelli della penitenza o del terz’ordine francescano. 

Nel 1315 circa vi è l’incendio devastante causato dal Confalonieri durante la caccia, e se fino a qualche anno fa la storiografia lo indicava essere nei pressi di Celleri, basandosi solo su una tradizione, ora abbiamo il sostegno di una pergamena che ribalta e corrobora la storia. L’abbiamo rintracciata in Archivio di Stato a Parma nel fondo del monastero di Quartazzola, è una pergamena in scrittura corsiva latina datata 11 gennaio 1589. Questa investitura di un fondo terriero di 200 pertiche piacentine (circa 45 campi da calcio) ci dice che le terre in direzione di S. Nicolò a Trebbia e che coinvolgono anche il territorio di Calendasco sono chiamate “alla Brugiata”. Questo grande spazio rurale fatto di campi coltivabili, boschi  e viti con ragione possiamo intenderlo come la prova che lì un tempo vi fu un grande incendio, indicato appunto dalla toponomastica che chiama tutto quell’appezzamento “Bruciata” nonostante fosse stato terreno fertile e coltivo. 

D’altra parte anche le “case bruciate” di Celleri sono una indicazione toponomastica così come il “molino bruciato” di Calendasco. Gli Statuti piacentini più antichi, quelli del feroce Galeazzo Visconti (1322 – 1336) prevedevano per l’incendio doloso varie pene a seconda della gravità ed entità dello stesso, ma il reo poteva pagare il danno al Comune con una grande somma pari a 200 lire oppure era libero – tra virgolette - di fare una volontaria cessione di tutti i beni. Senza addentrarci nella questione, possiamo credere fosse appunto questa la pena dovuta per l’incendio del nostro santo come già la storia secolare tramanda e ancor più quella del XV e XVI secolo scritta nella lontana Noto. 

SVILUPPO DEL CULTO

Lo sviluppo del culto al Santo Penitente ha una svolta in Piacenza nel 1611, quando giunge la lettera del 1610 scritta dai Giurati da Noto, bellissima città sicula nella quale da ormai sette secoli si conserva con somma venerazione il corpo del Confalonieri. Nella lettera si chiede di far ricerche negli archivi piacentini per scoprire quello che il santo frate “habbia molto più occultato per humiltà di quello che s’é investigato”. 

La risposta è in parte nella lettera spedita da Piacenza nel 1611 che vede gli Anziani e Priori comunicare quanto avevan potuto sapere. Allegano alla missiva una “Informatione circa l’Illustre Famiglia Confaloniera” dalla quale leggiamo testualmente che nel Monastero francescano di S. Chiara, ancor oggi visibile sullo Stradone Farnese, tra le tante cose avevan “trovato notitia di una suor Gioannina Confalloniera che specialmente viveva  nel 1340 et anco nel 1356” e che poteva essere la moglie del Santo Corrado al tempo della sua vita piacentina. 

Come detto, in questi primi decenni del 1600 assistiamo a Piacenza un rincorrersi di espressione di devozione e di propaganda del culto molto significativa a s. Corrado Confalonieri. In Cattedrale gli si erige una cappella dipinta ed ornata con altare e tutto per volontà di Gian Luigi Confalonieri, affrescata nel 1613 dal Galeani pittore di Lodi, queste belle quattro vele sono ancor oggi visibili e recentemente restaurate. Rappresentano scene basilari della Vita del Santo Eremita. Qualche anno dopo vi venne collocata una bella tela del Lanfranco, che nel periodo napoleonico fu trafugata ed ora è esposta nel museo di Lione in Francia. Anche il canonico del duomo Pier Maria Campi scrisse una Vita del Santo Corrado per assolvere alle richieste dei netini che desideravano maggiori notizie e fu pubblicata nel 1614 a Piacenza. Cosa ancor più notabile, il vescovo mons. Claudio Rangoni che era stato investito anch’egli dagli Anziani di Noto di far ricerche sul santo piacentino, suggella le ricerche storiche andando a validare di proprio pugno il Legato Sancti Conradi. Redatto nel Palazzo Episcopale dal Cancelliere e Notaio della curia il 9 agosto 1617, vede la volontà del Conte Zanardi Landi di erigere una cappella ed altare al Santo piacentino nella chiesa di Calendasco. 

Fondamento dell’atto giuridico che ha valore pubblico con proprie forme solenni, secondo le regole ferree della diplomatica, vi si afferma che i Confalonieri erano abitatori e feudatari di Calendasco; che il culto era già esistente e che andava rinvigorito proprio nel borgo citato e, si badi bene, cosa importantissima per la storiografia è che si afferma che il santo Corrado è nato fisicamente in Calendasco “in eodem loco”. Dal punto di vista storico questa è una notizia eccezionale perché và a chiudere tessere mancanti e apre ancor più a nuovi stimoli di ricerca. 

Il famoso Legato in scrittura latina, dopo aver illustrato clausole e somme circa il culto e la santa messa in onore al Santo, si conclude con la firma dei testimoni e del vescovo che “per tutti e per ognuno, e dopo aver osservate le debite formalità della legge, dalla pienezza della sua autorità Episcopale, interpose e interpone e parimenti decreta.”. E proprio Calendasco – unico caso in tutta la diocesi piacentina – lo avrà quale Patrono da quei giorni andando anche ad abbellire la cappella del Santo con  la stupenda pala che lo raffigura ormai vecchio penitente con sullo sfondo il ricordo dell’incendio frutto della sua conversione e cambiamento di vita. Purtroppo gli affreschi esistenti su alcune pareti laterali della chiesa, con scene della Vita Conradi vennero coperti da una pittura omogenea nel 1971 durante i grandi lavori di adeguamento dello spazio liturgico secondo i canoni prospettati dal Concilio Vaticano II voluti dallo storico arciprete del borgo nonché Canonico di S. Antonino don Federico Peratici. 

Oggi si ammirano di quegli anni gli affreschi del piacentino Ricchetti e in particolare il suo possente san Corrado sotto la croce posto nell’abside tra santi piacentini. La Tradizione ce lo fa conoscere come San Corrado da Piacenza, e questo giustamente perché la Casata Confalonieri possedeva anche in città in zona S. Eufemia un palazzo ed in Cattedrale si eresse la bella cappella con altare oggi demoliti, e per di più la città è indicativa di un’area facilmente individuabile da qualsiasi devoto in Italia. 

 Resta però il dato storico: la nascita fisica del Santo nel piccolo feudo e borgo di Calendasco, un dato che perlomeno non va ignorato ma anzi dovrebbe essere con serietà riconosciuto. Ma c’è pure un altro aspetto da porre sotto attenzione e che poco si è valorizzato, riguarda gli accadimenti propri del 1300 e che ebbero anche una ripercussione su coloro i quali vivevano da laici convertiti e penitenti come il nostro Corrado. Il papa Giovanni XXII nel 1318 con una bolla aveva scomunicato i frati dissidenti detti volgarmente “spirituali” facilmente confondibili per tipologia d’abito con i fratres de la penitentia francescani. 

ACCADIMENTI STORICI DI QUEL TEMPO

Già nel 1312 un folto gruppo di questi era fuggito, con altri del nord Italia, in Sicilia terra poi d’elezione del nostro eremita. Se Corrado nel 1315 vive la famigerata causa dell’incendio, da una parte lo vediamo essere sotto il martello e l’incudine, perché egli è guelfo e quindi schierato con la Chiesa diversamente dal Galeazzo Visconti ghibellino, però allo stesso tempo veste l’abito bigio penitenziale terziario confuso con quello degli “eretici” che, lo sappiamo dal frate Aristide, seguiva la Regola del 1289 per i laici religiosi, la famosissima Supra Montem di papa Niccolò IV. Nel contempo la confusione era estrema: anche i Poveri Eremiti del frate Clareno furono sciolti ed il pasticcio tra Beghini e Spirituali era talmente esteso che con una altra bolla del 1319 lo stesso papa Giovanni XXII dovette difendere e proteggere ufficialmente i Penitenti e Terziari francescani dicendo che non andavano confusi con i ribelli. Ed anche la cosiddetta faccenda Templare coinvolge gli anni corradiani; l’istruttoria contro i frati Templari si aprì nel 1307 e si concluse nel 1312. 

Come sappiamo i templari di Piacenza furono tutti assolti dall’accusa di eresia nel 1310 ed anzi già nel 1304, al primo sentore di cattive notizie a loro riguardo, avevano donato i loro beni ai domenicani piacentini. Era questo il clima politico-sociale e religioso che vigeva quando san Corrado ebbe il suo incontro con quelli che la Vita Conradi più antica, il manoscritto netino del XIV secolo, diceva esser stati poviri et servituri di Deu. 

VERSO LA SANTITA'

Altra questione sul fuoco – termine adatto per una santo “incendiario” - è quella dell’iter della sua beatificazione e poi santificazione. A Noto, e per fortuna proprio là, diremmo oggi rileggendo i fatti e la storia, in quella lontana città ove visse da eremita nella grotta dei Pizzoni, alla sua morte avvenuta nella tarda mattinata del 19 febbraio 1351, immediatamente ne furono riconosciute le virtù di santità; già da vivo infatti Corrado compì tanti e copiosi miracoli: primo resta quello del pane che caldo portava fuori dalla grotta ai tanti miseri e visitatori. Non avevan certo bisogno di tante altre prove i cittadini di Noto per riconoscere in lui un sant’uomo, l’avevano sperimentato da vivo e ne portavano memoria e rispetto estremi. Tralasciamo qui di approfondire ulteriori fatti venuti da Noto e atteniamoci alla sua patria piacentina. 

Nei secoli successivi, durante l’iter diciamo “romano” della causa, un aspetto che la storiografia corradiana non prende in considerazione e che mettiamo sul piatto, è strettamente connesso ai suoi discendenti di Piacenza e Calendasco nel particolare. Infatti nel 1547 il duca Pierluigi Farnese fu assassinato a Piacenza e tra i Nobili cospiratori è anche Giovan Luigi Confalonieri feudatario di Calendasco. 

Il Duca sappiamo che era figlio di papa Paolo III e la famiglia Farnese una delle più in vista a Roma. Dopo varie vicende si arrivò alla confisca dei beni dei congiurati e tra questi quelli appartenuti appunto anche al Confalonieri assassino, tutto questo circa quaranta anni dopo il fatto. In Archivio di Stato di Parma abbiamo consultato gli atti della confisca e tra i beni che possedeva a Calendasco il feudatario Giovan Luigi Confalonieri e suoi fratelli, vi è anche una parte di quello che è l’hospitio posto in “Co’ di Borgo” cioè all’inizio del paese come è ancora attualmente oggi visibile. 

I beni sono acquistati dallo Zanardi Landi e con quella fortissima somma il congiurato in questione è costretto al bando da Piacenza e portarsi a Milano. Casi della storia: Giovan Luigi Confalonieri, colui che circa cinquant’anni prima uccise il Duca piacentino, nei primi anni del 1600 fu fatto Capitano di Giustizia a Milano. Questa sintesi per far comprendere con logica come mai l’iter di santità del nostro Eremita non potè che concludersi in pieno seicento; la macchia della Casata dei Confalonieri d’aver ucciso il figlio di Paolo III si trascinò certamente per anni, anche come memoria nella stessa Curia Vaticana.

VERSO LA SANTITA' RICONOSCIUTA 

La causa per la santità cominciata a Noto nel 1485, poi sospesa, vede la conferma del culto nel 1515 per mano di papa Leone X; la conclusione per brevità possiamo porla con la bolla di papa Urbano VIII che nel 1625 concede al Ministro Generale dei Frati Minori Cappuccini di celebrare la festa del Santo Corrado in tutto l’Ordine francescano dell’orbe. Intanto restiamo in attesa del gemellaggio tra le diocesi di Piacenza e Noto auspicando che la cosa non si risolva in sola retorica e a beneficio dei soliti noti ma che possa coinvolgere appieno tutti quei devoti che in vario modo amano e studiano questa bella figura di Santo.

articolo dal quotidiano di Piacenza LIBERTA'
di mercoledì 15 febbraio 2012
di Umberto Battini
 
 

14 agosto 2026

AUGUST 15

AUGUST 15

VIRGIN MARY ASSUMED INTO HEAVEN

In Calendasco at the Church of Santa Maria since the end of the 19th century at the behest of the holy bishop Msgr. Giovan Battista Scalabrini, that of Assunta was added to the parish title. She is also venerated as co-patron saint, historically recalling the oldest patronage, that of San Corrado Confalonieri from the 17th century.
An ancient painting and a statue, however, testify to the veneration of the Holy Virgin of the Assumption for several centuries, since the 18th century.