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9 settembre 2026

NEL 1315 L'INCENDIO

L'AREA ANTICA DI CALENDASCO
L’INCENDIO

di Umberto Battini
    agiografo di San Corrado

La causa che spinge il nobile Corrado a dare una svolta alla sua vita è collegata senza ombra di dubbio al fatto dell’incendio che provocò durante una battuta di caccia. 
Siccome fu incolpato del danno un innocente contadino, Corrado lo fa liberare ammettendo la colpa: lui è il colpevole e lui è l’uomo da punire. 
Gli antichi Statuti piacentini sono da datare al 1322-36, Galeazzo I Visconti milanese e Signore di Piacenza morì nel 1328, gli studiosi propendono perché “una compilazione di norme da lui ordinata, potrebbe essere avvenuta soltanto nel periodo fra il 29 dicembre 1322 in cui ritornò al potere, e il 1327 in cui ne fu deposto. 
 
ANTICHE LEGGI
In questo arco di tempo cade appunto la compilazione del 1323 cui si aggiunsero altre norme che risultano confermate nel 1336 da Azzone Visconti... ed altre ancora poste sotto gli anni 1341-1342” e proprio queste antiche leggi trattano anche dell’incendio: “Munita di sanzione penale era soltanto la norma relativa all’incendio doloso, e la pena variava a seconda dell’entità del danno arrecato... tuttavia il condannato poteva sottrarsi alla pena corporale pagando al Comune la somma di 200 lire entro quindici giorni dalla condanna, e risarcendo completamente il danno”. 
 
Per la cessione dei beni in caso di dover pagare per un danno causato, quale appunto l’incendio, oltre alla forma della espropriazione dei beni da parte del potere civile, poteva essere attuata “la volontaria cessione di tutti i beni da parte del debitore”.

La famiglia del santo era guelfa, intimamente legata alla chiesa piacentina e molto vicina ai francescani. 
Nello stesso borgo di Calendasco esisteva una piccola comunità di frati laici della Penitenza, cioè del Terzo Ordine francescano che erano conosciuti per il loro modo di vivere in povertà al servizio di tutti, anche dallo stesso giovane Corrado.

IL LUOGO DELL'INCENDIO DEL 1315
La Tradizione dell’incendio, che si è tramandata da secoli nel piacentino, narra di due possibili luoghi: la località Case Bruciate di Travazzano nei pressi di Carpaneto – ove i Confalonieri possedevano una Casa Torre con delle terre presso Celleri – oppure il Villa Campadone – luogo vicino a Calendasco e rientrante nel feudo che gli stessi qui avevano.
Un ‘molino brugiato’ c’è anche nei pressi dello stesso paese e proprio ove nel 1805 le mappe catastali napoleoniche indicano il “molino Raffoni”, quello legato alla tradizione del gorgolare. 
Il molino bruciato posto a Calendasco confina con la strata levata, cioè la strada che è rialzata proprio per far sì che il rivo macinatore possa far quel salto necessario a smuovere la grande pala del molino.

Ma anche una nuova ipotesi per collocare l’incendio causato dal giovane san Corrado può aggiungersi a queste: infatti non molto lontano da Calendasco, a pochi chilometri – (circa quattro) - in direzione di San Nicolò a Trebbia, esiste una località chiamata ‘la Bruciata’ di antica memoria.

Il fatto eccezionale è dato da una pergamena dell’11 gennaio 1589: è una investitura di un fondo terriero di 200 pertiche fatta dai monaci di Quartazzola (località a pochi chilometri da Piacenza posta non molto lontano dal fiume Trebbia) ad un certo Cesare Viustino che è erede del fu Alfonso.
La pergamena riporta che le terre sono poste nel territorio di Calendasco, in direzione di San Nicolò e nel luogo detto “alla Brugiata”: una vasta area agricola coltivata di ben 200 pertiche (pensate che un campo da calcio è di circa 4 pertiche piacentine).

A diritto questo grande spazio rurale fatto di campi coltivabili, vitigni e zone a bosco può essere ritenuto il luogo dell’incendio di san Corrado Confalonieri? 
A mio avviso si, con un buon margine di possibilità, data dalla ragionevolezza che una così vasta possessione terriera sia ricordata nel ‘500 con il nome ‘Bruciata’, sintomo che lì vi fu nei tempi andati un possente incendio che ancora segnava la toponomastica e la memoria della gente.

Per restare in argomento una carta sempre dei frati Bernardini di Quartazzola del 23 giugno 1654 testimonia del fitto di terre ad un certo signor Viustino (discendente dell’altro prima citato) poste alla “Bre” in territorio di Calendasco che sono al ridosso confinale con i paesi di San Nicolò e Santimento.
A buon diritto ritengo che se la certezza per l’incendio corradiano non è possibile darla per scontata, tutto quello che la vecchia storiografia dava come unico dato, cioè citando solo ed esclusivamente quale posto del danno ‘le Case Bruciate’ dell’area di Travazzano, sia da ritenere sorpassata e ampiamente messa in discussione dai nuovi dati storici inediti che ho rintracciato in Archivio di Stato di Parma e Piacenza: cioè il molino Bruciato di Calendasco e soprattutto l’area agricola nel territorio dello stesso Calendasco chiamata ancora nel 1589 la Bruciata, ha più valore storico per crederla area dell’incendio corradiano, al contrario di quello che può essere un toponimo relativo a delle poche case andate bruciate.

testo preso dal volume "I Documenti Inediti Piacentini di San Corrado Confalonieri" edito nel 2006 - Calendasco - di Umberto Battini

il testo non riporta le note a margine contenute invece nel libro, con tutti i riferimenti di Archivio di Stato e dei Fondi citati

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CASTELLO DI CALENDASCO

QUI L'ARTICOLO APPARSO SUL QUOTIDIANO ONLINE ILPIACENZA.IT IL 24 SETTEMBRE 2023 DI UMBERTO BATTINI 
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Castello di Calendasco, tra queste mura nasce un santo e si compie un omicidio

Il castello viene costruito in laterizio, così come in mattoni è il più antico recetto, probabilmente già attorno ai primi anni del ’200


di Umberto Battini
 
IL FORTILIZIO DI CALENDASCO (PIACENZA) EX FEUDO CONFALONIERI

 
E' disseminato di castelli l'intero territorio Piacentino, alcuni semidistrutti, altri grandiosi e abitati, alcuni visitabili, dall'Appennino e fino al Po. Riaperto ai cittadini, dopo un accurato restauro architettonico, l'antico disseminato di castelli l'intero territorio Piacentino, alcuni semidistrutti, altri grandiosi e abitati, alcuni visitabili, dall'Appennino e fino al Po. Riaperto ai cittadini, dopo un accurato restauro architettonico, l'antico castello di Calendasco è ricco di storia da raccontare.


Per dovere di cronaca storica bisogna premettere che nel X Secolo fu voluto per volontà del vescovo di Piacenza, padrone di questo territorio, un primo luogo difensivo, il recetto che era un prototipo di grande magazzino dove accumulare i prodotti della terra. Ma serviva anche come luogo di riparo dei contadini in caso di pericolo e la chiesa, costruita anch'essa su di un monticello, un tumulo, fa parte della prima antica costituzione del borgo nascente di Calendasco. Basti dire che ci sono documenti datati all'epoca longobarda che trattano di affari svolti dal “presbiter de Kalendasco” ma non solo, e dunque un bel fardello storico.

Possiamo tracciare una breve sintesi della storia di questo castello, con l'ausilio di documenti di prima mano, che a suo tempo abbiamo potuto visionare negli Archivi di Stato di Piacenza, Parma ed anche di Milano.

Il castello viene costruito in laterizio, così come in mattoni è il più antico recetto, probabilmente già attorno ai primi anni del '200, in un territorio di parte guelfa, quando il vescovo di Piacenza era addirittura conte e la Chiesa aveva un proprio manipolo di uomini armati (la masnada). Non s'andava tanto per le buone a quel tempo.

Le carte ci dicono che il “castrum seu rocheta Calendaschi” possedeva un grande fossato (fovea) e due “caminate magne” cioè due saloni con camino, uno superiore ed uno al piano inferiore, oltre ad alcune stanze residenziali. Erroneamente da quanto qualcuno scrisse, il castello non ha mai avuto quattro torri: una sola e cilindrica (probabile che quella primiceria fosse quadra). Casomai dato che il castello ed il recetto sono addossati, lo testimoniano anche i due ingressi a levatoio (oggi trasformati in solidi ponticelli in cotto), si può contare la piccola torre che fino agli anni '70 del secolo scorso sorgeva sul lato nord-ovest del recetto e poi miseramente crollata.

Si narra anche di un “pozzo del taglione”, cioè con lame acuminate ove gettare nemici, giustiziandoli in modo orrendo, cosa mai verificata, mentre è assodato che nel fondo della torre si sono lasciati gettare prigionieri, questo è possibile ed anzi era praticato. Un'altra invenzione della fantasia popolare è quella che narrava di un ipotetico “tunnel” che dal castello di Calendasco arrivasse niente meno che fino al palazzo Farnese di Piacenza. Inimmaginabile, basti pensare alle falde acquifere poco profonde e poi alla distanza, che anche in linea retta tocca i sette chilometri.

I FEUDATARI
Tra i feudatari accreditati, ovviamente i Confalonieri fanno la voce grossa: restano nel recetto affreschi dello stemma della casata (gonfalone bianco su sfondo rosso) e il cassonato ligneo della “caminata superiore” tempestato dello stemma. Decine di documenti attestano della loro feudalità in questo borgo, e se l'archivio parrocchiale è ben ricco di carte, anche in quelli di Stato non mancano carteggi notevoli.

Nel 1290 dentro al castello vi nasce Corrado Confalonieri, poi convertito e divenuto santo francescano eremita a Noto in Sicilia e della nascita lo attesta anche il vescovo di Piacenza in un atto notarile di curia del 1617.

Si dice anche d'altre famiglie quali i Guadagnabene, mercanti piacentini, feudatari in loco ma dell'atto d'infeudazione non c'è traccia e quindi fa buona fede la ricerca istituita appunto nel 1611 e culminata nel 1617 con l'atto curiale.

L'ASSEDIO DEL 1482 

Nel 1482 una truppa inviata da Lodovico il Moro pone sotto assedio il castello tenuto dal capitano Antonio Confalonieri, genero del conte Sanseverino lì rifugiato. In due giorni, tra 17 e 18 gennaio l'assedio con “archibusii e ballotte” si conclude, con un freddo che attanaglia: il Sanseverino se ne parte per Milano ed il Confalonieri rimane saldamente al suo posto, questo è nero su bianco. Ai Confalonieri nel '400 il Duca di Milano concede anche di poter ampliare il castello e le sue mura, sono documenti conservati in Archivio di Stato a Milano.

Nel 1547 Giovan Battista Confalonieri residente nel maniero e importante nobile piacentino partecipa all'uccisione di Pierluigi Farnese figlio di papa Paolo III. Ci vorranno ben 40 anni perché i Confalonieri del ramo del casato assassino migrino a Milano e con il buon gruzzolo della vendita del feudo, terre, castello e recetto compresi.

Questo fatto bloccherà il culto a Piacenza di San Corrado Confalonieri fino ai primi anni del '600 e anche questo è acclarato, la famosa “Damnatio Farnesiana”. Il 13 settembre del 1572 Camilla Confalonieri, moglie di Lodovico, uccide in camera da letto del castello al piano superiore il marito, con l'ausilio dell'amante Antonello dei Rossi. Lei fuggirà dal maniero travestita da uomo, ma in città sarà poi catturata.

Il castello a fine '500 con la confisca farnesiana passa al conte Zanardi Landi e avanti nel tempo al nobile milanese Vimercati. Non ne prenderanno mai possesso i Perletti di Calendasco, ultimi feudatari locali, che vivranno nel loro grande palazzo in piazza di fronte alla chiesa del paese ed il maniero ha altre proprietà.

Il castello arriverà poi nei beni della famiglia piacentina Scopesi Dalla Cavanna e proprio quest'ultimi a fine '800 lo doneranno al Comune di Calendasco. Nel tempo il maniero, abbandonato, divenne luogo d'accoglienza di sfollati in tempo di guerra e poi nel salone al piano terra vi fu insediato un maglificio, che diede lavoro a tante donne locali.

Va detto che anche quando pochi decenni fa il castrum era abbandonato: mai negli anni nessuna delle amministrazioni comunali lo lasciò diroccare e quando necessitava il tetto veniva sempre rifatto o aggiustato per evitare dannose infiltrazioni.

IL MANIERO AI NOSTRI GIORNI 

Oggi il grande castello di rossi mattoni cotti nelle fornaci antiche che erano una alla località Arena e l'altra appresso al Po al Mezzano, si porge alla cittadinanza restituendo un prezioso bene civico.

Il suo ottimo restauro sta consentendo adesso un uso per varie attività culturali e di aggregazione, potendo calpestare come secoli fa i suoi due grandi saloni storici. Come recitava una strofa dell'Inno di Calendasco, composto da don Federico Peratici nel 1966, possiamo anche noi cantare “stretti intorno al campanile della chiesa ed al turrito e magnifico castello, sorge come un magnifico vascello!”. Il castello di Calendasco è ricco di storia da raccontare.

 

del 24 settembre 2023 di Umberto Battini

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IL LIBRO DEL 2024 CORRADIANO

IL LIBRO CONTIENE LE CARTE
ORIGINALI E MAI RESE PUBBLICHE 

La testimonianza del culto antico e legato a Noto
direttamente con Calendasco e tanto altro 
UN TESTO EDITO NEL 2024 MA ATTUALISSIMO
 


8 settembre 2026

RIVOLTE CONTRO LE TASSE

LE RIVOLTE PIACENTINE
CONTRO LE TASSE DEL DOMINIO
SFORZESCO
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del 6 settembre 2026 di Umberto Battini

 
 

PAPA PAOLO III A PIACENZA

ECCO L'ACCOGLIENZA 
PER IL PAPA A PIACENZA
NEL 1538
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