VISITE AL BLOG N. 150.000 se copi qualcosa cita la fonte per correttezza

23 aprile 2026

IL BLOG

 

LA CHIESA I DOCUMENTI

CHIESA DI CALENDASCO
UNA STORIA IMPORTANTE
C'è tantissimo materiale cartaceo originale
da studiare nel dettaglio 
 
di Umberto Battini
     divulgatore storico 

Dirò della chiesa: la parrocchiale di Santa Maria. E’ di fondazione longobarda lo dicono le pergamene del Codice Diplomatico Longobardo. 
Ce ne sono di scritte a Calendasco e Trevozzo ma anche a Pavia e pure a Milano in Santambross’ e ci richiamano il presbitero del momento abitante in Kalendasco. 
 
Notarili del 769, 784, 804, 892 etc etc. La più grandiosa ristrutturazione fu svolta nel 1734. Poi nel 1970-71 ci fu quella di don Federico Peratici per il giusto adeguamento al Vaticano II (su questa faccenda avrò da rievocare di più a tempo debito).
 
La chiesa prima del 1734 era “quasi quadrata” – fere quadrata dice una carta del tempo! L'ho rintracciata tanti anni fa nell'archivio privato di don Peratici, conservato a casa della sorella, che me lo lasciò consultare con piacere.
Inoltre nei miei libri, pubblicati anni fa, c'è parte di questa documentazione.  
Con le capriate e il pavimento di legno: non sorprende! La chiesa è scritto essere costruita su monticello e quindi ben al riparo dalle piene umidie e malsane del fiume Po.
 
Era quindi un luogo elevato quel tanto che bastava a mantenere i piedi sull’asciutto, paro paro è ancora uguale oggi. C’è anche (ben nascosta ma c’è) una antica finestra in ordine romanico, tra due muri – uno posticcio ed uno originale, è un rimasuglio coi baffi, un documento lapideo che vale oro, un testimone muto che urla (tipo Legato Sancti Conradi!).
 
Le chiese longobarde non di rado han fattura a pianta quadra, architettura in uso negli identici anni tra i bizantini che eran padroni fino a Modena. Sappiamo il nome di due nostri vecchi preti longobardi: ed ecco apparire Stabelfredus e Orso che sopra al conto erano anche potenti, con proprietà immobili in luoghi ben oltre la terra piacentina. 
Officiavano a Kalendasco con diritto di decima sui poveri rurali del posto. Decima al prete, così tanto per cambiare. 
 
In fin dei conti un piatto di zuppa te lo concedevano sempre nello xenodochio, quasi a tutte le ore, bastava bussare. Toc toc toc.

Umberto Battini
divulgatore storico
 
 
se copi cita la fonte 

22 aprile 2026

LA STATUA IL RECUPERO

NEL 2016 RIMESSA AL CULTO
NELLA CHIESA DI CALENDASCO 
L'antica statua del Patrono San Corrado

ECCO LA STORIA DEL SUO RECUPERO AL CULTO

la statua del Patrono in chiesa a Calendasco foto U B
 
Era abbandonata dagli anni '70 nel solaio della Casa Canonica della chiesa parrocchiale di Calendasco

E addirittura proprio tanti anni fa, con grande devozione, veniva portata in processione nella Festa solenne del 19 febbraio, giorno del Dies Natalis di San Corrado Confalonieri.

Una mattina di un mese invernale, Umberto Battini storico di S. Corrado e devoto, ritrovò nel solaio la preziosa statua, ricoperta da un telo plastico.
Guardandola vide che era annerita dal tempo, ma era ancora in più che ottime condizioni, sebbene fosse dipinta e in gesso non aveva danni.
Con il permesso del parroco di quei giorni, che era don Fabio Battiato, è stata portata al primo piano della Canonica, dove Umberto Battini l'ha ripulita in varie giornate.
 
E così nella festa del 19 febbraio di quel 2016 venne nuovamente esposta alla devozione pubblica in chiesa ed ancora oggi è esposta con il Cilio donato dai Netini nel 2015 quando vennero a Calendasco come pellegrini.
Alla fine della santa messa lo storico devoto, sempre in accordo con il parroco, tracciò una breve storia di questa bella statua, che ovviamente i più anziani ben ricordavano.

Cercando nell'archivio parrocchiale e studiandolo già da tempo ed alcuni anni, Battini ha rinvenuto la documentazione relativa alla statua: la relazione del 3 luglio 1907 del Consiglio parrocchiale di Calendasco, presieduta dal parroco arciprete don Giovanni Caprara ed altri laici del paese, ne deliberarono l'acquisto.
Viene indicato il prezzo: "una spesa di L. 40 circa", che al valore odierno corrispondono circa a 4000 euro.
La documentazione è anche pubblicata nel libro di Umberto Battini edito per Studi Corradiani nel 2024 "I Documenti del culto a San Corrado - le carte originali di Calendasco circa il Patronato secolare".
 
Il parroco don Fabio Battiato qualche tempo dopo fece realizzare il bel basamento ligneo rialzato attuale.
Dal mese di settembre 2025 l'attuale parroco don Fabio Galli (che risiede però in San Nicolò a Trebbia) la ha esposta ora all'ingresso della chiesa con accanto sempre il maestoso Cilio di Noto e quattro brillanti candelieri lignei.
Il Patrono del borgo, dove vi è anche nato fisicamente nel grande castello, come da atto notarile fatto in curia a Piacenza il 9 agosto 1617 firmato dal Vescovo, dopo una ricerca storica, è appunto da oltre 400 anni San Corrado Confalonieri.

Nell'ospitale romitorio del borgo S. Corrado, accolto da frate Aristide nel 1315, iniziò la sua missione laica di penitente terziario francescano.
Partirà e dopo vari pellegrinaggi arriva a Noto dove vive nella Valle dei Tre Pizzoni in una grotta in vita eremitica. Tantissimi i miracoli in vita e dopo la sua morte, in quella rocciosa grotta.
Calendasco e Noto per questi fatti storici sono uniti nel culto e devozione al loro unico Patrono del Cielo. 
 
Per correttezza del racconto storico dei fatti, precisiamo che Umberto Battini ha pubblicato alcuni libri studio con documenti circa S. Corrado, oltre a decine di articoli divulgativi sul Santo Eremita su quotidiani locali piacentini ed ha partecipato ad alcune conferenze divulgative sul Santo di Calendasco, organizzato Mostre documentarie. 
 Dal 2015 è Socio Onorario dei Portatori dei Cilii di Noto, conferimento avvenuto in chiesa a Calendasco. Nel 2019 gli è stato assegnato il Premio Proserpina Siciliani nel Mondo, nel Salone d'Onore del Comune di Caravaggio, per i suoi studi su S. Corrado e la famiglia Confalonieri. 
 
SE COPI QUALCOSA CITA LA FONTE 
 

21 aprile 2026

SAN ROCCO TERZIARIO

I DATI
DA GIOVANE SAN ROCCO SI FECE TERZIARIO
IL CULTO DIVULGATO DAI FRANCESCANI 
Papa Paolo III lo inserisce nel catalogo dei Terziari
 
di Umberto Battini
    divulgatore storico 
 
Leggendo la Vita di San Rocco scopriamo che dopo la perdita dei due genitori, quindi un fatto molto significativo e toccante, il giovane e nobile Rocco prende la decisione di farsi terziario.  
Come è indicato nella bolla papale Supra Montem del 1289 - regola per i terziari - resta però allo stato laicale senza affiliarsi a nessuna piccola comunità terziaria francescana come era quella ad esempio cui aderì S. Corrado Confalonieri presso Calendasco di Piacenza.

Si dedica quindi al volontariato di carità in ospedali per poveri malati e pellegrini ed a un certo momento parte pellegrino.


L'aspetto che si vuol significare qui è quello d'essere stato S. Rocco un vero e proprio penitente francescano: infatti fin da bambino visse molto da vicino l'ideale francescano e come S. Corrado ne fu attratto e dopo i fatti decisivi della vita.  
San Rocco aderì a questo ideale terziario, vissuto in modo solitario come era tra le possibilità della Regola del tempo per i laici cioè la Supra Montem.

Con atto formale papa Paolo III nel 1547 con la bolla "Cum a nobis" inserisce San Rocco ufficialmente nel catalogo dei Santi del Terzo Ordine di San Francesco de penitentia nuncupati, e che dal 1447 era un Ordine come quelli già conosciuti cioè con propri conventi, ospedali, oratori e un proprio Ministro Generale etc.
 
Papa Urbano VIII approva ufficialmente il culto nel 1629  e papa Innocenzo XII nel 1694 prescrive ai francescani di celebrarlo con solennità.
 
Ovviamente S. Rocco già dai primi decenni del 1400 è molto venerato e conosciuto come protettore dalla peste e il suo culto si propaga nel popolo rapidamente e soprattutto grazie ai francescani cappuccini dal 1500, e quindi la Chiesa di Roma arriva a farne indagine e compiere gli atti che abbiamo sopra descritto.
 
Quindi sul dato che S. Rocco sia un penitente terziario francescano non esistono dubbi: culto da sempre portato avanti dai francescani ed ufficialmente inserito nel Catalogo dei Santi del Terz'Ordine, senza che gli altri ordini francescani facessero proteste, come ad esempio i frati Minori oppure i Conventuali o i Cappuccini.

In questi decenni il culto sanrocchino, causa la non precisa conoscenza della sua Vita, lo ha posto tra i santi laici anonimi, ma così non è, cioè non è il caso di San Rocco di Montpellier.  
Egli appartiene al francescanesimo, e fin dalla sua giovinezza per scelta personale, una scelta quindi poi estesa a tutta la sua santa vita, e poi passata alla Storia sacra e umana del Santo della Peste Rocco.
 
testo Umberto Battini 
           divulgatore storico 
 
se copii qualcosa cita la fonte 



IL GONFALONE

LA STORIA SOTTO AGLI OCCHI
CASSONATO LIGNEO
LO STEMMA DEI CONFALONIERI
DI CALENDASCO

di Umberto Battini
   
studioso di S. Corrado e divulgatore storico 


Nel salone superiore del castello di Calendasco, si è miracolosamente salvato il cassonato ligneo del soffitto che è tutto dipinto dello stemma della casata dei Confalonieri.
Soffitto ligneo del XIV sec come anche il castello.
E' la testimonianza viva, che qui abitarono con orgoglio, facendo decorare gli ambienti dove vivevavo giornalmente. 

Attaccato al salone c'è anche una grande stanza, anch'essa cassonata alla stessa maniera, che è la camera della nascita di San Corrado dei Confalonieri nel 1290! E ovviamente, con gli stessi stemmi decorativi.

Nei miei studi e ricerche in Archivio di Stato di Piacenza ho documentato molto bene parte della storia del castello e dei Confalonieri, e ciò è leggibile nel mio volume "S. Corrado Confalonieri - I Documenti Inediti Piacentini" del 2006.
 
Oggi le ricerche sono andate avanti e di molto, anche circa la casata dei Confalonieri del ramo che ha abitato fisicamente in Calendasco, dentro al castello e le esporrò in un mio prossimo libro al quale sto alacremente lavorando da tempo.

Questo soffitto stemmato, è anch'esso una prova energica della presenza attiva e molto nobile dei Confalonieri qui in questo castello di Calendasco: furono feudatari amatissimi.
Per certi versi fuori dagli schemi di quel medioevo che ci fa credere i feudatari essere tutti desposti o sfruttatori, e nel prossimo volume anche questo fatto sarà trattato.

Un fatto unico è quello dei Confalonieri a Calendasco che in nessun altro luogo del territorio piacentino ove abitavano residenti della casata, possiamo trovare tracce profonde del loro abitare come feudatari aviti.

Un castello difensivo ma allo stesso tempo abitato stabilmente dai Confalonieri, anche se questo può a noi oggi sembrare strano per il fatto che questo castello, ora spoglio, sia spartano e massiccio, ma invece i fatti e i documenti del tempo parlano diversamente.
 
Umberto Battini
studioso di San Corrado e divulgatore storico
 
ARTICOLO STORICO SULL'ASSEDIO DEL CASTELLO
DI CALENDASCO AVVENUTO NEL 1482 
 
se copi cita la fonte 

20 aprile 2026

UN ASSEDIO

L'EPISODIO DEL 1482
MA NON FU CERTO L'UNICO
I DOCUMENTI ORIGINALI RACCONTANO
PASSO DOPO PASSO L'ASSEDIO 
 
PUOI LEGGERE L'ARTICOLO STORICO 
PUBBLICATO SUL QUOTIDIANO ILPIACENZA.IT
ARTICOLO BASATO SULLE COPIE ANASTATICHE ORIGINALI 
 
la foto qui sotto è stata creata da Umberto Battini con IA di Gemini 
per rendere l'idea del fatto storico 


se copi il testo cita la fonte - l'immagine è creazione U B

19 aprile 2026

L'ASSEDIO AL CONFALONIERI

DAI DOCUMENTI ORIGINALI
ECCO I DATI DELL'ASSEDIO 
questo testo è basato sulle missive
originali relative al fatto del 1482
 

 

17 aprile 2026

PORTO DI CALENDASCO

CALENDASCO de super Pado
I GUADI SECONDO LA RICCHISSIMA
DOCUMENTAZIONE STORICA

di  Umberto Battini
     divulgatore storico 
immagine creata con IA Gemini da U B

Intanto bisogna dire che gli studi circa Kalendasco stanno continuando.

Ed effettivamente sono emersi nuovi e importanti dati storici che confermano due cose: la strada romea diretta a Pavia antica capitale longobarda e franca aveva il passo del fiume proprio in Calendasco poi venne anche Soprarivo.
 
Si è scoperto nero su bianco che oltre al conosciuto passaggio di Soprarivo era attivo anche quello dirimpetto al paese, oggi lo identifichiamo con la località Masero a poche centinaia di metri dal borgo.
Un documento milanese del '400 attesta la decadenza del porto di Soprarivo, affittato dal Comune di Piacenza ad un lodigiano: si citano porto con osteria. 
 
Devo dire che è il passo più antico e storico, di epoca longobarda è quello del paese, la conferma è data da pergamene longobarde d'area milanese
Addirittura i diritti di passaggio del fiume, i diritti di pesca sul Po e sui vari corsi d'acqua, dei canali dei molini ed anche i pozzi sono concessi di pugno dal Barbarossa: sempre sto parlando del porticciolo del paese!
In effetti ancora nel 1700 sappiamo dei porti di Soprarivo, del porto del Botto, un altro passaggio era al Mezzano e un guado era attestato a Cotrebbia Vecchia. 
 
Ovviamente stiamo citando prettamente i guadi relativi a questa area ben specifica, che però,  stando a quanto emerso, era strategicamente molto interessante se longobardi, franchi e poi anche il Barbarossa si prendon la briga nel corso dei secoli, di mantenere i diritti di questo passaggio accanto al paese di Kalendasco!
 
Insomma ce ne sarebbe da dire ma voglio essere sintetico e riservarmi gli approfondimenti e le citazioni degli atti in un prossimo studio.
Buona francigena a tutti!

UMBERTO BATTINI
divulgatore storico
 
se copi cita la fonte


DAMNATIO CONRADI CONFALONERII

ERA IL 1315 E A PIACENZA
DOMINAVA IL GHIBELLINO
GALEAZZO VISCONTI MILANESE
Nemico giurato dei Guelfi e delle sue Casate
compresi i Confalonieri
 
Dopo l'incendio ed il pagamento del danno, Corrado è in miseria, abbandonato dalla sua famiglia, feudataria di Calendasco, e riceve la sua prima Damnatio Memoriae cioè Dannazione della memoria, che significava essere cancellato dagli appartenenti alla famiglia.
Il dato storico racconta che la sua famiglia gli versò la sua parte di eredità, che Corrado usò appunto per estinguere il debito del danno.
I Confalonieri rimasero feudatari e capitani Militi vescovili in quel luogo. 
immagine qui sotto creata con IA da U B - il castello è però quello originale visibile ancora oggi


 



GELO ANNO 1233

UN INTERESSANTE FATTO STORICO
ACCADUTO NEL MEDIOEVO
 
 

TERRE E CAVALLI NEL 1453

QUESTIONE DI GUELFI E DI GHIBELLINI
LE TRUPPE DEL COLLEONI 
SULLE TERRE DEL VESCOVO
E DEI CONFALONIERI DI CALENDASCO 

di Umberto Battini
    divulgatore storico 

immagine creata da U B con IA di Gemini per rendere l'idea del testo sotto



 
Il vescovado piacentino aveva da ormai circa 150 anni il possesso del feudo di Sant’Imento mentre il borgo di Calendasco era affidato ai loro fedeli feudatari i milites Confalonieri che spartanamente vivevano nel castello, con una piccola truppa al servizio. 
Doveva essere un novembre piovoso e grigio, ma quando si è uomini d’arme non c’è stagione che tenga, gli homini d’arme del Colleoni dovevano stanziare in questi prati piacentini dei comuni di Sant’Imento e Calendasco. 
 
Si trattava di attendere tempi migliori e poi questi homini d’arme alleati del Duca di Milano, se ne sarebbero andati via. 
Nel frattempo però c’era da mantenerli assieme ai loro cavalli. 
E a ciò dovevano provvedere gli homini dei detti comuni. 
Si lamenta il Duca che il magnifico Bartholomeo Cogliono avesse già tentato ma senza risultato alcuno, di far albergare in quei comuni alcuni suoi uomini che però non erano stati accettati ne alloggiati.

E Benedetto de Curte, capitaneo citadelle civitatis nostre Placentie, sarebbe ora riuscito in tutto ciò? Leggetevi la missiva spedita dal Duca Francesco Sforza e traete le vostre conclusioni.

E’ veramente divertente il serioso ed antico linguaggio: un misto di latinismi ed italiano, ainostri giorni una simile scrittura riceverebbe molte sottolineature in rosso da una qualsiasi maestrina di scuola elementare, ma quello era il modo e la forma cancelleresca di scrivere – carta e penna – missive contenenti ordini ducali.

qui sotto l'integrale della lettera 
1453 novembre 5 - “in castris contra Rogadum”

Benedicto de Curte, capitaneo citadelle civitatis nostre Placentie.

Altra volta nuy scripsemo, ad instantia del magnifico Bartholomeo Cogliono, ad li homini et comune de Sancto Hymento et de Calendasco che dovessero allogiare certi cavalli del prefato Bartholomeo; et perché dicto Bartholomeo ne dice che, quantunche fosse stato scripto, che niente de mancho non gli mandò cavallo alcuno, hora luy gli manda certi cavalli et alcuni homini d’arme, quali ha tolti de novo ali suoi servicii, li quali haveranno a stare lì tanto che serano messi impuncto, et poi dicto Bartholomeo gli farà venire in campo et sarà prestissimo. Sichè volemo che tu fazi allogiare dicti cavalli deli dicti homini, et faray che li sia data stantia et strame. Data ut supra.

Ser Iohannes
 
Umberto Battini
divulgatore storico 
 
se copi cita la fonte 



16 aprile 2026

NELLA VALLE DEI MIRACOLI DI NOTO

IL SANTUARIO 
DEDICATO AL PATRONO 
TESTO DESCRITTIVO EDITO NEL 1998
di mons. Salvatore Guastella
Insigne Sacerdote e Storico della Città e Diocesi di Noto (Siracusa) 

Dalla guida «IL SANTUARIO DI S. CORRADO»

Edizione Santuario Parrocchia S. Corrado F. M.

Noto (Siracusa), 1998 – pagg. 15-23

(Le note al testo sono state omesse)

di mons. Salvatore Guastella

Santuario di S. Corrado nella Valle dei Miracoli o dei Tre Pizzoni 1907 - Noto

Una dolce certezza nel patrocinio di S. Corrado Confalonieri ci porta in pellegrinaggio ideale alla Grotta dei Pizzoni, che ha conosciuto la preghiera e le penitenze del santo Anacoreta. Da allora la contrada netina di San Corrado di fuori, luogo di villeggiatura e di sereno svago e ripo­so, ove l'anima s'inebria di sole e di cielo, è anche "giardino di preghiera" poiché la giornata può iniziare con la prece nella chiesa dell'Assunta all'eremo superiore e concludersi con un mini-pellegrinaggio al silente Santuario in valle.

Verso il Santuario

Subito dopo la ridente borgata di S. Corrado di fuori, a 6 km da Noto, un ampio delta stradale segnala la discesa che porta all'esedra della Valle dei Miracoli, slargo triplicato nel 1932: attorno, un'ampia pineta che fa da scenario verde dove giunge la scalinata rocciosa che raccorda lo slargo stesso con la piazzetta della borgata; al margine sud la sottostante Fontana di San Corrado, che dal 1902 offre, con fresco chiocchiolìo, acqua salutare, che poi scorre silente tra mirti e oleandri lungo la cava dei Pizzoni alla sinistra del Santuario.

Conduce al Santuario un ingresso d'intaglio lavorato con artistico cancello (sec. XVIII) sovrastato da un cartiglio che avverte: "Non avvicinarti: togliti prima i calzari perché il luogo dove stai è terra santa e porta del cielo" (cf. Esodo 3,5). E il pellegrino o visitatore, quasi assorto in un'atmosfera mistica, si avvia nel viale fiancheggiato da due aiuole di rose e piante aromatiche; poi alcuni gradini e un altro cancello introducono nel verde vialetto-atrio balaustrato dall'acciottolato policromo.

L'artistico Prospetto

Nell'artistico prospetto settecentesco del Santuario troneggia, in alto, la statua del S. Eremita che, con il largo panneggio del saio, sembra voler accogliere e proteggere i fedeli che qui vengono a pregarlo. A sini­stra e a livello dell'eremo-ritiro, l'agile campanile: la campana è del 1757.

Ai due lati del portale d'ingresso, due grandi lapidi-ricordo del pel­legrinaggio: 1) dei partecipanti al IV Congresso regionale cattolico, te­nuto a Noto il 14-17 dicembre 1903, presenti Luigi Sturzo e Romolo Murri; 2) dei vescovi di Sicilia in occasione della Conferenza episcopale, tenuta a Noto dal 27.2 al 1.3.1924.

Sul portale si poteva leggere la seguente iscrizione-ricordo, sormontata dallo stemma di Noto: "Per munificenza di Ferdinando IV questo Santuario oltremodo celebre, stanza di santità per quasi 500 anni rimon­tando al beatissimo Corrado, fu restituito con voto universale assieme agli eremi circonvicini in tutti i suoi diritti, giurisdizione ed accrescen­done autorità, il 10.2.1792". Ma la rivoluzione del 1860 la fece rimuovere; attualmente si conserva nel museo-pinacoteca del Santuario.

Poco prima del Santuario, lungo la parete rocciosa e in ripida salita un sentiero scalinato porta ad una grotta con cancello, dove S. Corrado soleva ritirarsi a riposare; a metà della stessa salita, il sentiero volge a sinistra per raggiungere in alto un'altra grotta più piccola, a circa 15 metri dal suolo, tradizionalmente detta di San Guglielmo.

Descrizione del Santuario

Distaccati, o pellegrino, per un momento dalle preoccupazioni terre­ne, varca in raccolto silenzio la soglia del luogo sacro: disponiti alla preghiera e ali' ascolto nella dolce penombra della Grotta di San Corrado.

Il Santuario, ad unica navata, venne eretto nel 1751 (come si legge nell'arco interno d'ingresso) per la custodia della s. Grotta e fu consa­crato il 5 novembre 1759 da Mons. Giuseppe Antonio Requesens O.S .B., vescovo di Siracusa. Il Senato Netino aveva contribuito alle spese di erezione del Santuario e s'impegnò a tenere accesa la lampada liturgica a proprio carico. La Via Crucis è del 15.10.1775.

Gli stucchi indorati della volta e delle pareti sono opera del pittore netino Baldassare Basile (1890), opportunamente ritoccati da Matteo Santocono (coadiuvato dal giovane Giuseppe Pirrone) nel 1922 e poi nel 1954. Tutta la decorazione interna della chiesa stessa è stata restaurata a regola d'arte nel 1980-81, grazie alla generosità dei fedeli e alla collaborazione tecnica volontaria di Gioacchino Santocono, Corrado Civello e Leonardo Giliberto; il tetto è stato totalmente rinnovato nelle travi portanti e impermeabilizzato sotto le tegole nello stesso periodo.

A Destra la Grotta di S. Corrado

Questa famosa e venerata Grotta, "cuore" della nostra devozione a San Corrado, ci ricorda dal vivo la sua presenza e ci fa sentire in buona compagnia nel cammino verso Cristo lungo le strade della nostra vita. Al visitatore attento questo sacro speco ricorda il primato della preghie­ra e del Vangelo, che offre la sintesi tra la lode di Dio e il servizio del prossimo incominciando dagli ultimi.

La Grotta mostra sul duro sasso il segno delle ginocchia del santo Eremita orante, così come plasticamente vedi in quel bel San Corrado in candido marmo, di grandezza naturale, inginocchiato (modellato da Giuseppe Pirrone nel 1936): il Santo ha il capo eretto e gli occhi estatici in Colui nel quale è assorto. "Il popolo gli si affolla intorno, riconoscendo nella scultura il Santo che ama, e si sente invitato a pregare. Fanno baciare ai bambini il bel volto e le splendide mani; gli adulti, specialmente le donne, ne baciano reverentemente la spalla. Nel vuoto che è tra le mani giunte ed il petto gli sposi novelli depongono fiori e il velo, quasi a promessa di fedeltà" (Americo Bianchi orionino, 1974).

Nella s. Grotta l'altare in marmo bianco (m. 1,80 x 0,65) con la pre­della (m. 1,80 x 1,50), opera del marmista netino Rosario Celeste, è stato consacrato dal vescovo di Noto, Mons. Giuseppe Vizzini, il 28 luglio 1934, inserendovi le reliquie dei santi Corrado e Guglielmo, e dei santi martiri Alessio e Temperanza.

Nella grande nicchia rocciosa di fondo, dietro l'altare, si possono scorgere tracce di un antico affresco; tradizione e storia dicono che rap­presenta la Madonna con Gesù Bambino tra due Santi. Il dipinto ha certo subito ritocchi e restauri lungo i secoli; esso comunque è databile almeno alla prima metà del sec. XVI, cioè al tempo del beato Antonio Etiope eremita, il quale "per soi devoti orationi andava a la ecclesia di sancto Corrado che è una grocta, a la quali si ci achana per circa dechi scaluni". L'attuale Santuario del 1751 per il pavimento realizzato a livello della Grotta ha nascosto e coperto quei dieci gradin i.

A custodia della venerata Grotta l'eremita fra Carmelo Murana fece modellare a Napoli nel 1846 l'artistico cancello, con l'obolo del principe Nicolaci di Villadorata.

Il 18 settembre 1984 un incendio, forse per un corto circuito, danneggiò nella Grotta il San Corrado marmoreo del Pirrone e quello ligneo settecentesco posto nella nicchia dinanzi la Grotta stessa: sono stati ben restaurati nel 1986.

Pellegrinare alla Grotta di San Corrado è il voto di ogni suo devoto, e la si lascia con un senso misterioso di pace che invade l'anima e con San Corrado nel cuore!

L'altare Maggiore

L’altare centrale troneggia una grande tela del 1759 in ricca cornice barocca, raffigurante la Beata Vergine Maria Mediatrice che al Bam­bino Gesù indica San Corrado orante, perché lo benedica; a loro fanno corona dieci Angeli in vari atteggiamenti estatici; il Santo Eremita sem­bra invitare ad unirci alla sua preghiera filiale alla Madonna. Questo suggestivo quadro (m. 2,90 x 1,60) - donato al Santuario nel 1764 dalla principessa di Butera - è opera lodata della maturità artistica di Sebastiano Conca (Gaeta, 1680-1764), allievo del grande Solimena: esempio significativo di ricercata dolcezza del rococò settecentesco. Da notare nella composizione pittorica: 1) lo studio dettagliato e scrupoloso dell'aspetto della Vergine col Bambino, di S. Corrado e dell'Angelo in alto a destra; 2) l'armonia delle parti, sempre suggestiva, nella visione d'insieme. Questa preziosa tela del Conca è stata opportunamente restaurata e rimessa in onore nell'agosto 1981 in occasione della venuta dell'Arca d'argento con il corpo del Santo nella sua Grotta al Santuario.

Sono dello stesso anno il Tabernacolo nuovo più decoroso, le tre artistiche poltrone e la predella. Mentre l'altare portatile "coram populo" in legno scolpito è del 1979. Nel presbiterio, in alto a sinistra, la finestra ha dal 1981 una elegante vetrata a colori raffigurante S. Corrado.

In alto a destra, un matronéo balaustrato all'altezza del Museo, al quale si accede dalla sacrestia e da gradini scavati nella roccia; il cancello d'ingresso è del 1925.

Sempre dalla sacrestia, uscendo, si scende al sottostante artistico Presepe elettromeccanico, che dal 1975 sostituisce quello antico francescanamente semplice, che era posto sull'altare maggiore. Que­st'altro, moderno, copre ben 60 metri quadrati di impiantino per le varie scene. Il gruppo principale delle statuette di cartapesta, alte 50/60 cm., sono di scuola napoletana. Al centro del paesaggio la "santa grotta" col Bambinello Gesù, la Madonna e S. Giuseppe; accanto il bue e l'asinello, in alto uno stuolo di Angeli.

Il Santuario custodisce in teca d'argento una reliquia di S. Corrado, dono del Senato Netino (23.2.1753).

L'altare del Crocifisso con  S. Leonzio  Martire

L'altare al lato sinistro del Santuario - di fronte alla Grotta di San Corrado - è dedicato al Ss. Crocifisso, per l'artistico Cristo in Croce settecentesco, in legno e a grandezza naturale: opera del napoletano Gaetano Franzese, con sottoquadro dell'Addolorata (sec. XVII). Subito sotto: la statua reclinata di San Leonzio Martire che, in atto di dormire, posa il capo su un origliere contenente le sue reliquie, dono del papa Gregorio XVI.

Infatti il trentaseienne eremita fra Carmelo Murana, che nel 1844 era andato a Napoli "per trattare affari dell'eremo netino", là seppe dell'elezio­ne di Mons. Giuseppe Menditto da Capua a 1° vescovo di Noto e andò ad ossequiarlo. Mons. Menditto, che doveva recarsi a Roma per ricevere il 28 luglio la consacrazione episcopale, volle che lo accompagnasse. Il buon eremita ne profittò per chiedere al Papa un'insigne reliquia di santo martire: per l'interessamento del vescovo Menditto ottenne il 20 luglio il corpo di San Leonzio. Con sommo gaudio e devozione ne curò la traslazione al San­tuario di San Corrado di fuori, dove è esposto su quest'altare in artistica urna di vetro. Ritornando poi a Napoli il 18 agosto 1845, fra Carmelo ne profittò per ordinare l'incisione dell'immagine del Santo. La festa del San­to Martire si celebrava in Santuario l'ultima domenica di maggio.

Santuario-Parrocchia

Il 22 agosto 1923 il vescovo Mons. Giuseppe Vizzini, "volendo dare un migliore e definitivo assetto pastorale alle pratiche religiose in questo luogo che si era man mano popolato e trasformato in borgata", assùnse l'iniziativa di erigere la Parrocchia nel Santuario, promulgando­ne la bolla proprio mentre l'Arca argentea di S. Corrado dimorava nella sua Grotta.

Il culto a S. Corrado Confalonieri in questa "terra santa" netina può aiutare la Chiesa locale evangelizzatrice delle tradizioni popolari ad in­carnare il Vangelo; può inoltre corroborare la fede e la religiosità di ogni devoto che lo ha a celeste Patrono.

Ritornare periodicamente alla Grotta dei Pizzoni è voler attingere forza e coraggio per seguire le orme di San Corrado, a gloria di Dio e a salvezza del nostro mondo così disorientato, ma capace di conversione per la divina misericordia.

Testo di mons. Salvatore Guastella - insigne Sacerdote Storico della Città e Diocesi di Noto (Siracusa)

 
SE COPI QUALCOSA CITA LA FONTE

14 aprile 2026

PITTURE DELLO STEMMA

IL GONFALONE BIANCO
IN CAMPO ROSSO
NEL CASTELLO DI CALENDASCO 
 
di Umberto Battini
    storico di S. Corrado e divulgatore 

immagine con IA creata da Umberto Battini ed il cassonato è quello originale con lo stemma




 
Lo stemma dei Confalonieri, feudatari di Calendasco, è stato fatto dipingere su tutto il grandioso cassonato ligneo del soffitto del salone superiore.
Uguale cosa è nel Ricetto attaccato al castello, dove anche venne pitturato un affresco grande dello stemma.
Questo fatto testimonia la permanenza secolare nel maniero del borgo.
 
Oltretutto i Confalonieri, che da medievali nobili Militi nei secoli acquisirono il titolo di Conte, ci tenevano molto al loro rango e casato, appunto lo stemma ne è testimonianza certa, visibile, inoppugnabile.
 
Una casata che da Piacenza e qui in Calendasco, aveva una forte egemonia sul territorio, oltretutto estesa anche a parte della Val Tidone, come sappiamo da documentazione certa. 
Il ramo dei Confalonieri di Calendasco, pur mantenendo lo stato di cittadini di Piacenza, da feudatari del borgo amministravano tanti beni e possedimenti in questa parte di territorio, compresa proprio la collina Valtidonese.
 
Ricca documentazione lo attesta. 
 

Umberto Battini
storico di S. Corrado e divulgatore
 
se copi cita la fonte
 
 

13 aprile 2026

DIVULGAZIONE YOU TUBE

NEL CANALE YOU TUBE

DECINE DI VIDEO STORICI
CERCA CON GOOGLE "YOU TUBE UMBERTO BATTINI"

 

12 aprile 2026

LO STORICO SOLMI

SOLMI
UN GRANDE STORICO E STUDISO
di Umberto Battini
     divulgatore storico 
immagine da IA creata da Umberto Battini


 
Arrigo Solmi fu elogiatissimo storico.
Anche circa il Po, il Barbarossa e le Roncaglie delle Diete fu specialista.
Gli studiosi e gli storici odierni – e proprio quelli diciamo col pedigree – gli riconoscono questa fama e ne dichiarano la buona fondatezza basata su solide scartoffie d’archivio! 
E allora ri-parliamo di guado del Po o meglio di guadi. 
 
Fino a pochi decenni fa era attivo al Mezzano un servizio traghetto del famoso Docì. 
Mio papà andava a ballare di là da Po, a Somaglia e lì al Mezzano o meglio al Rastello bastava un grido dalla sponda e il Docì ti veniva a prendere. 
Di là c’è il convento (oggi cascina agricola benedettina come a Cotrebbia vecchia) di Castelnuovo e poco più in su il paese di Somaglia. 
C’è ancora un bel porticciolo ma non si fa più servizio di guado, perché abbiamo le macchine e si fa prima.
 
Quell’area che prende tra il ballottino della Somaglia e quello al di qua di Calendasco del Rastello giù fin quasi alla Raganella, il Solmi – con ragionamento e carta che canta – afferma essere la zona dell’accampamento del Barbarossa e Cò Trebbia vecchia con la sua vecchia chiesa di S. Pietro infatti è lì limitrofa, luogo della discussione delle Diete. 
 
La buona supremazia nei secoli del passo del Po tra Somaglia e l’area di Calendasco per puntare su Piacenza ce la dà nel 1454 il Duca de Milan Francesco Sforza che intima di sorvegliare bene il passo citato – ed anche i vari passi del fiume – perché l’esazione delle gabelle pareva impoverirsi.
 
D’altra parte, come direbbe Totò, perché pagar gabella se nella accezione latina si diceva vada o vadi. Appunto! Vada! Va bhe, vado e non pago!

Umberto Battini
divulgatore storico
 
se copi cita la fonte
 
 

IMPORTANTE RITROVAMENTO

LE CARTE D'ARCHIVIO
DI STATO A PIACENZA
Ritrovati nel 1998 ben 23 notarili
riferiti all'ospitale di Calendasco 
Qui sotto ecco una parte modificata estratta dal libro
di Umberto Battini edito nel 2005 (che trovò i notarili inediti)
"San Corrado Confalonieri il cercatore di Dio"
con una analisi storico-critica dei luoghi di Calendasco
che hanno visto presente il Santo Patrono del borgo
in antico era uno xenodochio di origine longobarda  
 

L'ESISTENZA GIURIDICO-SOCIALE DELL'HOSPITIO DI CALENDASCO, SORTO LUNGO L'ASSE VIARIO DELLA VIA FRANCIGENA, NEL TRATTO DELLA PIU' ANTICA STRADA Placentia-Ticinum, è data dai documenti cartacei rinvenuti presso l'Archivio di Stato di Piacenza, nel Fondo Notarile.

Si tratta di vari pezzi relativi al XVII sec., facenti parte della Diplomatica Speciale, quella riservata alla Scrittura Privata. 

Carte notarili preziose e che riportano nel protocollo, nel testo e nell'escatocollo, quei caratteri di maggiore importanza dell'atto e la sua attinenza con la struttura stessa.

L'analisi delle parole latine, di cui tutti gli atti sono composti, ci apre le porte alla comprensione del luogo e del territorio.

Dove si legge "SUBTUS PORTICHUS HOSPITII DICTI LOCI" oppure " IN LOCO CALENDASCHI DUCATO PIACENTINO IN HOSPITIO DICTI LOCI PORTICHUS VERSUS" od ancora " IN LOCO CALENDASCHI….IN HOSPITIO STRATA PUBLICAM VERSUS". 

Vi si ritrova un chiaro riferimento ad HOSPITIO, cioè luogo atto al ricovero di persone e animali al seguito, albergo, luogo di ospitalità per il viandante povero e non a caso, ancor oggi, sebbene a lettere ormai quasi illeggibili e cancellate dal tempo, sopra all'arco del portico di ingresso vi sono tracce di una scritta dicente:"QUI SI OFFRE VITTO ALLOGGIO E STALLA". 

Era quindi luogo di ospitalità continua, cotidiana, per il viandante occasionale ma anche luogo di assistenza agli indigenti, agli ultimi del posto.

Gli atti relativi all'Hospitale di Calendasco, danno la esatta ubicazione geografica dello stesso, dicendo "STRATA PUBLICA VERSUS".

Nella dizione latina "STRATA PUBLICA" sta per STRADA PRINCIPALE, la via più importante, quella che andava a collegare il Borgo di Calendasco alla città.

I Documenti relativi all'Hospitio di Calendasco, sono redatti per la maggior parte, sotto al portico dello stesso, ed esso era ed è tutt'ora, ubicato a lato della strada principale, "STRATA PUBLICA VERSUS". 

Gli studi riportano che i Terziari francescani avevano in Italia molti romitori come quello detto 'al gorgolare' di Calendasco, ove spinti dal desiderio di perfezione, sotto la guida di un superiore da loro stessi scelto, si dedicavano al servizio degli infermi poveri e pellegrini presso qualche pubblico ospedale od ospitio

Umberto Battini 
storico di S. Corrado e divulgatore
 
questo riportato sopra è solo un breve estratto dal libro
"San Corrado Confalonieri il cercatore di Dio" di Umberto Battini edito nel 2005 
con la Prefazione del cardinal Tomas Spidlik S.J. 
se copii cita la fonte

se copi qualcosa cita la fonte