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20 febbraio 2015

ARTICOLO 19 febbraio 2015

Apparso a PIACENZA sul quotidiano LIBERTA'
nel giorno della PATRONALE a CALENDASCO





di UMBERTO BATTINI

Un capitolo storico rilevante della difficoltosa ricezione della fama di santità di S. Corrado nella terra piacentina ed in particolar modo proprio nel borgo che gli diede i natali fisici nel 1290 dentro al castello di Calendasco, è dovuta alla ostilità dei duchi Farnese di Piacenza.
Con l’omicidio nel 1547 di Pierluigi Farnese al quale partecipò il Confalonieri feudatario di Calendasco la nobile casata si vide negare gli onori che a Piacenza un avo salito alla santità avrebbe portato, i Farnese per vendetta fecero cadere un oblio che si protrasse fino ai primi anni del seicento, quando la loro vendetta potè dirsi consumata vedendo il congiurato esiliato a Milano e depredato di tutti i diritti di feudalità su Calendasco.
E’ un nuovissimo capitolo storico che si sta approfondendo con successo di documentazione che merita senza dubbio di entrare nel discorso relativo alla notizia di santità dell’Incendiario di Calendasco, e ciò ha inizio tra Noto e Piacenza nel lontano 1610 quando i Giurati di quella città sicula scrissero tre lettere, ognuna di tenore diverso, appunto una al Duca Farnese ed altre al Vescovo e ai Giurati di Piacenza. Proprio in queste ultima lettera si fa esplicito riferimento ad un dato conosciuto già da loro a Noto cioè scrivono di sapere che lo stesso S. Corrado fosse stato a suo tempo possessore del castello e feudo di Calendasco e chiedevano che si facessero ricerche in archivio.
L’approfondimento storico lo fecero i Giurati di Piacenza che nel 1611 scrissero a loro volta a Noto comunicando ciò che avevano rinvenuto allegando una “informazione circa l’Illustre Famiglia Confaloniera et della moglie di S. Corrado” e ovviamente, loro come reggenti la città di Piacenza soggetti direttamente al Duca, si guardano bene dal rispondere ad una delle domande principali cioè se il castello di Calendasco fosse stato dimora del Confalonieri non ostante da alcuni secoli e fino al 1586 i Confalonieri fossero stati effettivamente feudatari di quel luogo ed era una cosa risaputa.
A risolvere la questione storica con coraggio ci penserà lo stesso vescovo di Piacenza mons. Claudio Rangoni che partecipa di persona alla stesura per mano del notaio e Cancelliere della Curia Episcopale Giovan Francesco da Parma, dell’ormai noto Legato Sancti Conradi del 9 agosto 1617 nel quale oltre a leggersi nelle primissime righe che la nobile famiglia Confalonieri era da secoli feudataria del borgo di Calendasco, riporta che nello stesso luogo S. Corrado vi era nato fisicamente “ex eodem loco iste Sanctus, ut praefertur originem terrenam duxerit.”.
Mons. Rangoni mette per iscritto che tutte le predette cose loda, approva e conferma e dalla pienezza della sua autorità Episcopale firma e decreta su quanto contenuto e precisato nel documento diplomatico notarile che riguardava la fondazione nella chiesa di S. Maria di Calendasco di una cappella ed altare dedicati a S. Corrado, voluta dal conte Giovan Batista Zanardi Landi successore dei legittimi titoli che erano della famiglia Confalonieri, ramo primario di diretta discendenza del Santo Corrado ed ora esiliati.
Insieme alle tre lettere arrivate da Noto era allegato il libro della Vita di S. Corrado scritta dal Littara che fu utilizzata di sana pianta dal canonico Campi per dare alle stampe tra 1611 e 1614 un agiografia del Santo Piacentino, testo nel quale lo stesso autore asserisce di aver attinto completamente dal Littara e nelle prime pagine prova a porre alcune ipotesi quali il luogo dell’incendio a Travazzano presso le Case Bruciate di Celleri ma una pergamena del 1589 conservata in archivio di Stato a Parma ha fatto conoscere una vastissima area agricola coltiva, a pochi chilometri dal feudo di Calendasco denominata “la Bruciata” toponimo che richiama ad un antico vasto incendio quale appunto forse quello del Cacciatore Corrado.
Ma lo stesso Campi appena dopo la pubblicazione del testo così come gli chiedevano i Giurati di Noto, ammette in una sua lettera contenuta in un manoscritto parmense che la Vita del Santo da lui scritta “parimente si dovrà ristampare… sì per correggere in essa alcuni particolari, ivi notati…”.
E’ fuori di dubbio che il volume del Campi in Sicilia non trovò grande riscontro in quanto ricalcava come detto la Vita già pubblicata a Noto e scritta dal Littara, mentre ci si aspettava un approfondimento preciso sul S. Corrado vissuto negli accadimenti storici piacentini tra 1290 e 1323 anno della partenza dall’ospizio-convento di Calendasco che lo accolse nel 1315 come penitente francescano dopo che fu ridotto sul lastrico dalla confisca operata da Galeazzo Visconti per riparare del danno dell’incendio.
Già in questo anno 1315 pensiamo con ragione che sia stata operata una prima damnatio memoriae da parte della sua stessa famiglia che venne disonorata e messa maggiormente alla mercè del despota Galeazzo che era nemico avverso alla chiesa piacentina, ma la documentazione ci mostra che i Confalonieri poterono continuare il loro dominio sul territorio di Calendasco in quanto Capitani vescovili ed erano il ramo della casata discendenti di S. Corrado, tra i Maggiori della città mentre il ramo che aveva infeudate le aree quali Celleri e la frazione Torre Confalonieri era minore e detentore di pochissimi titoli.
La causa principe che portò alla cancellazione della memoria e della fama di santità in terra piacentina del Penitente fu causata nel 1547 da Giovan Luigi Confalonieri di Calendasco, che fu uno dei congiurati che partecipò all’omicidio di Pier Luigi Farnese, figlio di papa Paolo III.
Dai documenti ufficiali della confisca operata dai Farnese sui quattro congiurati, quelli riguardanti il Confalonieri sono relativi a Calendasco ed al castello il cui feudo era condiviso con i suoi fratelli, cioè il Confalonieri omicida aveva dimora principale nel castello e la sua abitazione di Piacenza posta nel quartiere di S. Eufemia risultava data in affitto, testimonianza questa che oltre a farci sapere di ragioni politiche, ci fa comprendere che l’obbligo imposto ai Nobili dal Duca Farnese di abitare in città almeno sei mesi all’anno, non era benevolmente accolta.
In effetti questa casata amava abitare nel maniero del borgo natale di S. Corrado, lo testimoniano documenti e accadimenti quali l’assedio del castello del 1482  e un omicidio nel 1572 oltre al fatto che ad esempio non esitarono di stipulare con il parrocco del paese la cessione di loro terreni fertili in cambio di altri soggetti a inondazione, risulta insomma un maniero vivo sotto molti aspetti propri di quei secoli ed ancora nel 1584 risultano feudatari “bonis et juribus loci Calendaschi” non ostante la confisca farnesiana sia incombente.
Ci vorranno ben trentanove anni ai Farnese per arrivare alla confisca sul Confalonieri quando nel 1586 sarà costretto ad andare a vivere a Milano ove sarà fatto Capitano di Giustizia e portando con sé la somma cospicua della vendita della sua parte di castello e terre al conte Landi.
Fino a quelle lettere dei Giurati di Noto del 1610 nessuna notizia riuscì a trapelare sul Santo Corrado che già da ormai quasi tre secoli era venerato in Sicilia ed i Farnese ostili ai legittimi successori del Santo, appunto per l’accadimento narrato, ce la misero tutta per ostacolare la diffusione del culto nel piacentino e particolarmente proprio a Calendasco terra natale del Santo ma sfortunatamente luogo ove abitava da quel 1547 l’assassino di Pierluigi Farnese.
Una prova è anche data da una lettera dello stesso Farnese che scrive a Noto informandoli che la copia di documenti che doveva far giungere a Roma per perorare circa la causa sul Santo, era andata sfortunatamente persa e se ne dispiaceva molto, ed in questo fatto, letto secondo gli accadimenti storici che oggi possiamo più precisamente sapere, riconosciamo un modo diplomatico per frenare il culto: fino a che un Confalonieri sarebbe stato in Calendasco mai i Farnese avrebbero permesso la diffusione del culto specialmente e soprattutto nel borgo.
Con il 1600 quando ormai il Confalonieri congiurato è stato mandato in esilio e la casata con titoli minori rimane tranquilla e silente al suo posto nel piacentino, il Farnese comincia ad aprire al culto in Piacenza, non in Calendasco, fino all’azione vescovile del 1617 con il Legato corradiano. Ma sarà sempre lo stesso vescovo di Piacenza con Luigi Confalonieri che spalancheranno la porta al ritorno del Santo in Piacenza con la richiesta della reliquia ai netini e l’erezione della cappella con gli affreschi della volta realizzati nel 1613 dal Galeani di Lodi. Ma è da notare che ritraggono solo gli accadimenti della Vita del Santo svolti a Noto, nessun accenno a quelli piacentini dell’incendio, anche se già il “ritorno” in Cattedrale è un segnale importante perché è come se lì il culto per S. Corrado fosse protetto ed intoccabile dalle ostilità farnesiane, nell’attesa di poterlo riportare sulla strada della verità storica.
Solo nella chiesa di Calendasco, ed in nessun altro luogo al mondo, si pose una pala d’altare del seicento nella quale il Santo è raffigurato appena dopo la causa della conversione, mostrando la scena della cattura dell’innocente contadino e dell’incendio con il rivo del gorgolare che scorre al suo fianco a simboleggiare il romitorio di Calendasco, con anche gli attributi da eremita quali il rosario, il teschio e la frusta della penitenza, mentre il piede destro poggia sulla nuda terra, simbolo della sua nascita fisica ed il piede sinistro poggia su una fredda e grigia pietra allegoria della futura vita da eremita in una grotta nuda e disadorna lontano dal mondo nella Valle dei Pizzoni presso Noto.
Con l’occasione che ci è data in questo 2015 della ricorrenza del V° Centenario dell’Indulto di Beatificazione, che vedrà coinvolte le autorità civile e religiose di Noto che con tanti fedeli si porteranno in pellegrinaggio a Calendasco per vedere di persona i luoghi nei quali nacque e visse S. Corrado, possiamo dire conclusa dopo ben 468 anni la fase di damnatio memoriae riversata sul culto in terra piacentina dai Farnese che iniziò nel 1547.
Il 19 febbraio Dies Natalis non solo saranno ormai quattrocento anni che si venera come Celeste Patrono il Santo Confalonieri nel paese di Calendasco ma con il dono di un gigantesco Cilio da parte dei Portatori netini, si instaurerà un gemellaggio spirituale di portata storica e religiosa che passerà negli annali della devozione.

Umberto Battini


14 febbraio 2015

ARTICOLO 14 febbraio 2015


IL TESTO E' INSERITO QUI

 

UNA TELA INEDITA RESTAURATA

di Umberto Battini

Con la prossimità del V° Centenario della Beatificazione la parrocchia di Calendasco può vantare una nuova grande pala d’altare tardo seicentesca dedicata a S. Corrado Confalonieri eremita e penitente francescano piacentino, le cui spoglie riposano da secoli nella città sicula di Noto che vanta il titolo di capitale del Barocco.
La grande tela è ora in restauro e verrà presentata ai devoti nella giornata del 19 febbraio durante la messa solenne nella memoria dell’Eremita nativo di Calendasco e poi anche nella giornata di sabato 21 febbraio quando il Sindaco di Noto con il vicario generale della Diocesi di Noto saranno in pellegrinaggio ai luoghi natali del Santo assieme ad un centinaio di portatori di cilio e portatori dell’Arca.
Questo prezioso recupero storico artistico e devozionale è stato frutto di una donazione del quadro fatta alla memoria del geometra Gian Guido Servetti, la cui famiglia da decenni possiede nel borgo una antica abitazione che già fu del Conte Fabio Perletti che nel 1690 ottenne dal Farnese in feudo Nobile ed Avito tutto il distretto di Calendasco.
Le condizioni del dipinto, databile a fine seicento primi del settecento, mostrano ovviamente il bisogno di un urgente e importante lavoro di restauro, che la parrocchia ha affidato alle mani esperte del restauratore Giuseppe De Paolis che con Nicolò Marchesi ha già effettuato preziosi recuperi conservativi di importanti opere.
Le condizioni della tela non appaiono propriamente buone inquanto essa è lacerata in diversi punti ed anche il colore risulta molto sporco con la pittura ossidata e deteriorata. La materia pittorica ha subito diverse cadute e perdite ma per fortuna le porzioni vitali del dipinto non sono compromesse.
Ecco quindi che il restauro di Giuseppe De Paolis sarà articolato in più operazioni quali il consolidamento e la ricucitura delle lacerazioni, il tensionamento su telaio con stuccatura e rasature opportune ed un ritocco pittorico con tecniche differenziate e riconoscibili oltre al recupero della cornice lignea laccata.
L’immagine mostra un San Corrado nella classica iconografia più diffusa, cioè lo stesso in ginocchio in una grotta con gli emblemi del suo stato eremitico quali il teschio, il libro dei Vangeli ed il santo rosario, l’abito che indossa di colore grigio rispecchia la sua condizione di penitente francescano del terz’ordine.
La particolarità di questa iconografia è data dalla Santa Vergine col Bambinello che può farci ricordare la grande pala posta sopra all’altare maggiore nel Santuario che ingloba la grotta nella valle di Noto.
Certamente questa tela che risultava completamente sconosciuta la possiamo ipotizzare essere stata commissionata dai conti Perletti che appaiono nei Registri ascritti già dal seicento alla confraternita di Calendasco dedicata a San Corrado e che aveva la cura della cappella ed altare con le relative suppellettili utili alla messa ed alla venerazione.
Un prezioso dono questa tela che andrà ad arricchire così la devozione e la memoria del Patrono di Calendasco e che verrà esposta perennemente in chiesa ove già troneggia un seicentesco dipinto di S. Corrado che lo ritrae nell’accadimento principe della sua conversione ovvero l’incendio e la cattura dell’innocente, mentre dall’alto un angelo fa da svegliarino alla coscienza del meditabondo Eremita ai cui piedi scorre l’acqua del rivo del gorgolare, ricordo del suo primo ritiro conventuale.

Umberto Battini


27 gennaio 2015

21 gennaio 2015

PROMEMORIA E INVITO

Dedicato alla devozione e alla Tradizione
400 anni di Patronato a Calendasco

Sono molto contento, in questo febbraio 2015, di aver avuto la possibilità di poter dedicare una serata storica alla figura del nostro San Corrado, l'Amato Patrono.
Sono grato alla Rita Pasella - mia compaesana - che ha inserito in questo ciclo di incontri programmati sotto l'egida della Parrocchia e del Circolo Anspi di Calendasco appunto una serata corradiana.
Lo sapete bene di come e quanto ormai da circa vent'anni mi dedico alla riscoperta storica della nostra terra e primariamente del Patrono, che fortunatamente si è potuto celebrare già con due volumi.
Per almeno un decennio ho dedicato ogni mercoledì del mio tempo rinchiuso in Archivio di Stato a Piacenza e Parma con qualche importante puntatina su Milano ove ho potuto rinvenire e vedere e leggere le missive originali relative all'assedio del castello di Calendasco per mano delle truppe di Lodovico il Moro, ma questa è appunto un'altra storia.
Ma rimane San Corrado il mio punto focale, che anche è intervenuto nella mia vita cambiamdomi un pochino e spronandomi ad una conversione continua - quasi quotidiana - perchè effettivamente il vivere è una bellezza che ci sfida continuamente.

Umberto Battini



4 gennaio 2015

500 ANNI - 1515/2015


BEATIFICAZIONE
SAN CORRADO CONFALONIERI
Penitente Eremita Terziario francescano

Ricorrono a Noto in questo 2015 i 500 anni dell'indulto di Beatificazione del Patrono






 

14 dicembre 2014

LA GROTTA NOTO IL SANTO




Articolo apparso a tutta pagina
sul quotidiano di Piacenza LIBERTA’ – 2009
con immagini vale la pena leggerlo!

PELLEGRINAGGIO A SAN CORRADO
Da Calendasco a Noto nel segno della devozion
e

di Umberto Battini

Il mio pellegrinaggio era iniziato con la decisione di caricarmi spiritualmente trovando ospitio a Siracusa presso gli amatissimi frati del Terzo Ordine Regolare,  che vestono l’abito religioso francescano del Santo. Alloggio con orgoglio nel  convento “S. Corrado Confalonieri” che ha vicina anche l’ampia chiesa parrocchiale dedicata al Patrono oltre ai locali di canonica ed oratorio. Mi accoglie padre Antonio Panzica: l’anno prima era stato a Calendasco egli stesso pellegrino a san Corrado. Incontro p. Edwin il Priore, un giovane filippino da anni in Italia, un buon frate con uno spiccato senso dell’ironia: ed io non sarò da meno in questo nel divertirci assieme a fare risibili rimbrotti alla cuoca del convento, una signora non troppo avanti negli anni, con un sorriso immenso e affabile che le genti di Sicilia possiedono naturale. Tre giorni nei quali sono tratto a turno dagli amati frati alla visita alla città
Sabato mattina p. Antonio mi accompagna alla littorina che mi porterà a Noto, un ultimo abbraccio, una foto assieme e lo accomiato in ginocchio chiedendo la sua benedizione.
A Noto, nel caldo tardo pomeriggio mi incammino verso il centro città. Prima tappa la Cattedrale , ricostruita e riaperta due anni fa, dopo il crollo del 1996. Dopo di ringraziamento al Santissimo, chiedo della Cappella di s. Corrado: è qui che il pomeriggio seguente, domenica 9 agosto, avverrà la cerimonia della Discesa dell’Arca e a fine mese l’imponente processione.
Fuori dalla Cattedrale, lungo le due vie che la costeggiano sono la sede dei Portatori di San Corrado e quella dei Portatori dei Cilii. Il cilio è un possente porta cero, lavorato e decorato, che accompagna l’Arca durante le processioni. La dimensione della devozione qui a Noto verso il santo è molto sentita: basti pensare che i Portatori della vara con l’Arca che contiene il corpo del santo sono circa 200 ed altrettanti i Portatori dei Cilii e lungo le vie della città si contano a decine le piccole edicole votive con l’effige o una statua del Patrono. Mi accompagnano subito a visitare il Museo della Cattedrale e di San Corrado posto lì accanto. Grazie al Collegamento Devozionale Italiano, fondato due anni fa  col sito internet dedicato al Santo, cui collaborano soci delle due dette Società di fedeli ed altri devoti inviando testi e fotografie, ho scoperto che la pluri-secolare devozione calendaschese è ormai ben conosciuta a Noto.
La domenica pomeriggio, come l’amico Salvatore mi aveva raccomandato, mi porto alla sede dei Portatori dei Cilii, in vista della Discesa con la s. Messa officiata dal vescovo. Vengo presentato ai soci dirigenti e nella sala ritrovo gli altri Portatori seduti: qui la prima sorpresa emotiva, con una cerimonia il Presidente Salvatore Cutrali, il Vice e dirigenti mi onorano di essere Socio onorario con consegna della loro divisa estiva e della tessera, relativi applausi e  foto di rito, in cui io tutto agghindato con un cilio prestatomi da un giovanissimo portatore e con un sorriso che tocca il cielo.
Salvatore Cutrali, il “mio” Presidente, decide che parteciperò alla cerimonia in prima fila, appena dietro al loro gonfalone, portato con un orgoglio indescrivibile dai due Portatori più anziani, che prima mi avevano accolto come un figlio.
In Cattedrale entrano in processione prima i Portatori di San Corrado, nella loro divisa bianca, preceduti dal gonfalone e subito dopo noi. Il Tempio è gremito di popolo: subito si va a rendere omaggio al Ss.mo Sacramento e poi alla Cappella del Patrono. Intanto nella calca di popolo si alza il saluto gridato dai devoti “E con tuttu lu cori ciamamulo” e tutti – bambini compresi – urlano a squarciagola “Evviva San Currao!” per due volte seguenti, in un seguirsi quasi senza sosta. Segue la s. messa, al termine della quale, quando tra i Portatori di entrambe le Società si scopre essere presente un devoto piacentino e addirittura di Calendasco, tutti mi reclamano per una foto dinnanzi all’Urna e così i anche semplici fedeli della città, ormai sono emozionatissimo.
Ritrovarmi in mezzo a tutti quei fedeli devoti, di tutte le età e generazioni è per me inebriante. Tra l’altro anche in questa occasione ho la gioia di conoscere di persona un altro dei miei “contatti” telefonici, cioè il Portatore del Santo Marco Lucci ed il suo Presidente e già caro amico Michele Faraone.
E’ tutto molto bello, a un certo punto il Presidente Cutrali si presenta con una giornalista di una televisione siciliana e vengo assieme a lui intervistato in diretta: qui mi viene chiesto del Santo nel piacentino e con mia sorpresa anche di Calendasco, che conoscono bene quale luogo delle vicende corradiane. Infine chiedo a Salvatore di riportarmi al mio alloggio ove ho obbligo di esservi prima delle 22. La notte mi passa quasi interamente insonne: due soli giorni e già così carichi di una  intensità emotiva spirituale che andava ben oltre le mie aspettative. Con l’esperienza della veglia alla Grotta Santa si conclude solo fisicamente ma non emotivamente, questo mio abbraccio a San Corrado.
La fatica del viaggio è valsa la pena: quasi millequattrocento chilometri in un vagone-caldaia, sotto al cocente sole agostano, scorrendo letteralmente tutta la penisola. Ma la meta era troppo agognata, troppa la nostalgia di quel luogo e in più avevo il mandato di tutti gli amici devoti che avevo lasciato a casa. Bruno, che nella devozione mi è di encomiabile esempio, al mio tentennamento per l’impresa solitaria mi aveva detto categorico: “Devi andare! San Corrado vuole così. Noi ci saremo per mezzo tuo”. Qualche telefonata e tutto è a posto. Mons. Salvatore Guastella, insigne storico e studioso della Diocesi, mi vuole suo ospite ed a Noto alloggerò presso le monache Benedettine del SS. Sacramento, nel convento di clausura presso la foresteria, al fianco della nuova Casa del Clero.
A Noto ad attendermi, con una grande mercedes nera, il mio amico Salvatore Bertoli, segretario dei Fedeli Portatori dei Cilii; ci conoscevamo solo “via telefono” da quasi quindici anni, finalmente ci incontriamo! Lo abbraccio più volte, non mi sembra vero, Salvatore è un attimo stranito da tutto questo mio affetto. Valigia e zaino in auto e via: prima destinazione il Santuario Fuori le mura sette chilometri lo separano dalla città di Noto, così ha deciso Salvatore, dopo mi accompagnerà al mio alloggio.
Quando arriviamo mi sento frastornato: entro in questo lungo stretto viale ornato da decine di  oleandri in fiore, in fondo ancora un cancello e al di là, davanti a un piccolo spiazzo il Santuario amato, addossato alla nuda roccia!
E’ quasi il mezzogiorno, è terminato un matrimonio. Entriamo e Salvatore mi porta subito dentro alla Grotta Venerata alla destra interna del Tempio. Letteralmente mi getto in ginocchio: turbinano parole, emozioni di pelle, di mente e di cuore! Penso all’amato s. Corrado, lì dentro, assiso a contemplare Dio, a lui che ha lasciato la terra piacentina, Calendasco così fortemente luogo della sua anima umana, la sua famiglia: piango come un bambino, sono felicissimo.
In sacrestia incontro la suora filippina che si occupa del Santuario con il frate conventuale responsabile del luogo, a lui dico del mio pellegrinaggio, che vengo dalla terra piacentina di Calendasco e che era mio desiderio poter passare una notte in veglia nella Grotta del santo.
Non ci sono impedimenti, in uno dei prossimi giorni a mia scelta potrò adempiere a questo mio richiamo dello spirito.
A Noto, nel convento di clausura delle Benedettine  ove avrò dimora stabile, suor Concetta mi assegna una stanza grande e luminosa, addirittura con un balconcino che dà la vista alla valle netina e si affaccia al grande cortile del convento, di pietra gialla, che a sua volta confina con quello delle Carmelitane, capisco che questa stanza è per gli ospiti di riguardo.
L’emozione più forte la vivo a San Corrado di Fuori, ove di buon mattino, mi dirigo a piedi pellegrino: con me solo due pezzi di pane ed un poco d’acqua. Arrivo e trovo la suora al cancello per l’apertura, mi ripresento, le dico del mio intento di restare tutto il giorno e la notte presso l’amato Santuario che racchiude la Grotta venerata. Facciamo subito amicizia, la giovane suora filippina ha subito intuito della mia sincera devozione e mi accorda la sua fiducia lasciandomi campo libero.
Mi assegna una cella nel piano inferiore dell’Eremo del 1751, accetto volentieri e vi pongo le mie poche cose, anche se nel mio intimo ho già deciso che passerò ogni ora della mia presenza lì nel Santuario in adorazione al Santissimo e in ginocchio nella Grotta del Patrono.
Passano le ore, ed intanto vengo “rinchiuso” per la prima volta all’interno del Tempio nella pausa del mezzogiorno e fino alla riapertura pomeridiana. In ginocchio, oppure seduto sulla pietra accanto al luogo che indica sul pavimento della Grotta i segni delle ginocchia del Santo, prego e medito, il tempo sembra essersi fermato, la sensazione che prevale è di sentirmi a casa, di sentirmi in un luogo non solo benedetto ma rigenerante.
Durante la giornata arrivano devoti e pellegrini in visita al luogo Sacro, alcuni giovani addirittura giungono camminando a piedi scalzi, per impetrare grazie e come segno di devozione e lode al Patrono.
Approfitto anche per visitare l’annesso Museo che raccoglie centinaia dei più svariati ex-voto per grazia ricevuta: tantissime sono ad esempio le protesi di arti, mani e gambe ma anche vestiti da sposa e tanti altri oggetti.
Poco dopo le ore 18,30 la suora chiude il Santuario, con forza spranga catenacci e serrature, mi chiede se necessito di qualcosa e poi vedendomi sicuro e sereno se ne torna al suo convento, posto a qualche centinaio di metri più sopra alla valle.
Per mia espressa volontà chiedo che sia lasciata accesa solo la luce che illumina ove sono scavate le orme delle ginocchia di San Corrado, tutte le altre saranno spente. Nonostante filtri ancora dalla finestra ad occhio di pavone della chiesa una tenue luce, mi assale una grande angoscia e paura: mai avevo provato l’esperienza di esser rinchiuso in veglia in un luogo sacro e per di più a me così caro, già di per se gravato di emozioni forti dei giorni appena passati.
Mi faccio coraggio cominciando a cantare l’Inno al Santo, a voce forte e poi altri canti religiosi, mi metto a leggere salmi e preghiere, intanto la mia mente rifletteva: se in quella Grotta il Santo aveva vissuto tanti anni in tutta tranquillità, tanto più ora io non avevo niente da temere essendo addirittura “sprangato” dentro.
Piano piano, mentre dentro al Santuario si fa sempre più buio e la Grotta , con quella sua sola luce accesa, diventa sempre più a me familiare e mistica, rivolgendo di tanto in tanto lo sguardo alla tenue fiammella rossa che veniva dal Sacramento posto nel tabernacolo dell’altare maggiore, una perfetta calma mi avvolge. Inizio a parlare con il Santo ad alta voce: gli chiedo della sua venuta a Noto, della sua vita e di come potè far una simile conversione, abbandonando la terra piacentina, il borgo di Calendasco, parenti e famiglia. Gli chiedo di essere Patrono a me ed a tutti coloro che lo venerano riservandoci protezione e grazie. Mi accorgo che c’è un silenzio grande! Man mano che la notte avanzava mi sentivo sempre più “a casa” e tranquillo; la luce a notte fonda ormai irradiava appena nell’intera grotta ed intorno solo buoi fitto: la grotta con la sua pietra gialla era diventata come un magnifico scrigno denso di una luce ovattata che quasi si poteva toccare, densa.
Durante la veglia della notte, ad un certo punto ho avuto la chiara consapevolezza che lo stile di vita dell’amato san Corrado, era possibile da attuare, che quella vicinanza a Dio non gli era costata troppo sacrificio, ma solo il frutto di una fede immensa, cresciuta e matura.
Penso ai miracoli avvenuti lì dentro: appariva pane caldo, portato dagli angeli! Il vescovo di Siracusa in persona fu testimone del fatto e ne resta testimonianza. Davvero il luogo è Sacro.
Sul fare dell’alba comincio a cedere a un dormiveglia leggero che, ormai alla prima luce vinco e rinvigorito intensifico la mia preghiera conscio che da lì a poche ore sarei dovuto partire da quel luogo desiderato.
Poco prima delle ore 8 sento le serrature aprirsi, è una suora filippina, che a turno si occupa del luogo, ci salutiamo e mi costringe a prendere un caffè nonostante il mio rifiuto. Difatti dopo aver spazzato alcune foglie davanti alla chiesa, la vedo riapparire e mi indica nel lungo corridoio superiore dell’eremo ove sono altre celle, un tavolino preparato con tutta cura con la mia colazione, che consumo per rispetto alla grande delicatezza riservatemi.
Durante queste mie 25 ore ininterrotte di venerazione mi accorgo di aver consumato solo un pezzo di pane e bevuta però buona parte di acqua. Altri impegni mi attendono dagli amici netini, devo ritornare; un ultimo sguardo: con un po’ di magone senza più voltarmi mi incammino.
Qualche ora dopo, a pranzo con i cari sacerdoti mons. Guastella, mons. Guccione Vicario generale, con mons. Bellomia prevosto della Cattedrale e altri mi ritrovo a raccontare della mia veglia: su un punto si è concordi, inconsapevolmente scopro essere il primo piacentino, nei secoli, e per giunta nativo proprio di Calendasco, ad aver  reso un simile omaggio di devozione al Santo Corrado.
E questo forte e amorevole atto verso l’illustre piacentino così tanto amato nella lontana e accogliente Sicilia, l’ho intenzionalmente offerto anche a nome di tutti i devoti della terra piacentina.
Umberto Battini


13 dicembre 2014

3 novembre 2014

VOLUME DI NOTO 2014

E' uscito a NOTO questo volume sulla Cattedrale








29 ottobre 2014

BENVENUTI






















Da circa due anni a Calendasco sono ospitati presso l’Ostello alcuni giovani profughi arrivati in Italia con i famigerati barconi

La Prefettura di Piacenza ha “smistato” anche nel nostro piccolo borgo alcuni profughi.
Un primo gruppo circa due anni fa (una quindicina circa, non ricordo bene) e da qualche mese, ne hanno alternati altri, tutti abbastanza giovani.
Per la maggior parte, ed ovviamente dati i luoghi di loro provenienza, sono di religione musulmana, ma tra loro ci sono anche cristiani.
Diciamolo subito: ogni persona – uomo donna bambino – va accolta e sfamata e fornita del minimo vitale! La dignità è essenziale per tutti e tanto più per chi è in difficoltà.
Serve a farci sentire ancora voluti, amati e persone degne di stare con i propri simili.
Sono, ero e resto per l’accoglienza decisa senza retorica né balle varie. E se per caso c’è qualcosa da emendare in questa faccenda degli sbarchi e dell’accoglienza, caso mai sarà un fatto di politica, ma quella che parte da Roma, dalle strutture governative.
Sono personalmente molto fiero che il paese natio di San Corrado, che ha vagato per circa venti anni pellegrino a Roma, Gerusalemme, Malta  per poi essere accolto dignitosamente dalle genti di Noto in Sicilia, faccia questa accoglienza e guarda caso, proprio da quella Sicilia che accolse il Patrono adesso arrivano a noi questi uomini fuggiti con tremende esperienze, dai loro luoghi natali!
Non so bene quanto realmente siano accetti socialmente dalla stessa mia gente ma se una cosa da dire c’è è che non hanno mai dato alcun problema, ma proprio di nessun genere!
Io da cattolico, da devoto di S. Corrado e da natio di Calendasco sono molto fiero di questo fatto che ci lega in maniera strepitosa – a ben pensarci! – al mondo.
Sono molto legato alla mia terra ed alla mia parrocchia, forse per via degli anni e della esperienza della vita, forse per via della conversione continua che il Patrono mi sprona a fare, fatto sta che a Calendasco c’è posto anche per loro.
Benvenuti!

Umberto Battini