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18 maggio 2012

PICCOLE FIORITURE


Qui troverete i miei brevi testi relativi a svariati e sconosciuti
fatti di storia, cultura e vita locale calendaschese
Fate scorrere la pagina web e leggete le piccole fioriture
 
se copii qualcosa cita la fonte è un fatto etico 
non farti bello/bella di studio altrui cita la fonte!


PICCOLE FIORITURE 19

Corrige

Leggo nel libretto di picciol formato titolato ‘Santi della diocesi di Piacenza-Bobbio’ scritto da Fausto Fiorentini e dalla figlia Barbara Fiorentini anche cose sul Nostro Patrono. Purtroppo, e non capisco assolutamente il perché, vengono riportate delle erronee indicazioni sul culto al nostro Patrono San Corrado Confalonieri. Il suddetto picciol libretto è edito nel 1997. Mi fermo a queste righe che vi riporto, ebbene vi si legge che : “Altro centro piacentino collegato al culto di san Corrado è Calendasco: qui, dove si conserva un dito del Santo, nel 1808 fu eretto un altare votivo con un dipinto di Faustino Perletti, artista nativo del borgo”.
Facciamo la corrige: l’altare e cappella al Santo Corrado sono del 1617 e non del 1808! Ed era sontuosamente fornito di argenti proprii e tutto ornato e dipinto. Il dipinto citato – una magnifica grande tela – è certamente non del Perletti ma quadro secentesco d’artista e coevo all’erezione dell’altare e cappella al Santo nella chiesa nostra di Calendasco che fu subito d’allora “tutta ornata” e pinta (risulta la magnifica pala anche negli inventari antichi) purtroppo non conosciamo per ora l’artista che lo dipinse. Una tela del genere oltre che essere come detto antica è anche pinta da mano di ottimo artista, basta venirla a vedere di persona. E definire artista il conte Faustino Perletti che fu il primo sindaco di Piacenza,  è più che azzardato! Se tutte le persone che per diletto fan pittura sono artisti allora bisogna rivedere il concetto di arte.
Piccole stonature che ancora continuano a girare sulla stampa cosiddetta “curiale” e questo  purtroppo nonostante ci sia molto e molto nero su bianco di storico anche su queste semplici cose! Va bhe, però o uno prima si informa bene o è meglio non scrivere date e dati astrusi. Il culto a San Corrado del mio natio borgo vi ricordo che è scritto chiaro e tondo nel Legato Sancti Conradi che era già esistente in Calendasco alcuni anni prima di quel 1617, qui da noi andava solo rinvigorito. Senza offesa per nessuno: quattrocento anni di Patronato non sono acqua! 

Umberto Battini


PICCOLE FIORITURE 18


Ancora del Patrono

Il sacerdote e canonico Campi diede alle stampe a Piacenza nel 1614 la Vita di San Corrado basandosi sugli storici di Noto quali il Littara e Pugliesi. Ma già nella sua Historia data alle stampe tra 1651-1662 nei tre conosciuti volumi, il canonico-storico Campi scrivendo di San Corrado va ammettendo qualcosa d’importante. Sapendo d’aver pubblicato un libro impostato tutto sui testi inviati da Noto (lo ammette già da allora!) ebbene nella Historia appunto confessa che sarebbe stato utile “nel ristamparsi di nuovo la preallegata Vita, di aggiungervi più altre cose avvenute dapoi…”. Leggasi: ricerche sul Santo in terra piacentina. Vedasi: Legato Sancti Conradi. Ricordasi: Farnese ucciso dal Confalonieri di Calendasco luogo nel quale il Vescovo di Piacenza scopre e formalizza ufficialmente la nascita del Santo Piacentino! Ce n’è ancora di frutti ed abbondanti, che stan maturando di stagione in stagione. Nulla andrà perso. 

Umberto Battini



PICCOLE FIORITURE 17


Tempi di politica da vacche magre

 Neanche si cambia col colpo di spugna per salvar la faccia e c’è un gran arrabatto. E’ un cambiamento che i politici vorrebbero fare per la nostra Italia usando lo stile computer. Cioè mi spiego meglio: si tenta d’usare il Transformer Pack. Che cosa è? Niente di che: semplicemente trasforma il tuo sistema Xp in Vista oppure il Vista in Sette oppure da oggi uno dei suddetti in Otto. Cambia la facciata ma la sostanza del tuo note rimane quel che è, il Sistema operativo rimane quello originale. Un Xp (ch’è obsoleto già di suo!) anche se gli usi il Transformer Pack per Windows 8 ti cambia solo i suoni, le icone e le finestre ma tutto rimane operativo come Xp, non è diventato un sistema Windows 8 all’ultimo grido e quindi con tutte le migliorie che porta. Mi pare che questo sia il sistema che si sta usando e cioè penso sia ai partiti politici che usano il Transformer Pack per mostrare una facciata di rinnovamento ed anche lo stesso Governo coi suoi provvedimenti Style Pack. Un computer è una bella cosa però anche lui ha bisogno di aggiornamenti,se no si blocca prima o poi.

Umberto Battini




PICCOLE FIORITURE 16


26 maggio 1619


Cappuccini, ovvero frati francescani riformati. Vescovo: mons. Claudio Rangoni. La prima pietra viene posta a Fiorenzuola. Un bel e fornito convento nuovo nuovo, dedicato e sotto il titolo di San Corrado Confalonieri. Ma adesso ed ora ed ormai da anni su quel suolo venerato sorge il centro commerciale nomato ‘I Cappuccini’. Il resto raso al suolo, così per non farci mancare nulla, tanto rimaneva poco, tutela zero, amen. Come devoto mi rammarico, è ovvio: cavoli! Sarebbe stato bello ed edificante averlo ancora in funzione questo convento francescano dedicato all’Eremita! E’ come una misera calamità: in San Francesco in Piacenza la cappella dei Confalonieri è “sparita”, rimane nel chiostro un pezzo di tondo con la scritta Sancti Conradi Placent. In cattedrale, fine ottocento han tolto tutte le cappelle laterali compresa quella del Nostro e qui restano solo e per fortuna le quattro preziose vele pinte nel 1613. Fiorenzuola il convento citato che vive solo sui testi storici. Ma cari miei a Calendasco per fortuna c’è tutto! Castello, chiesa e romitorio! Un motivo ci sarà: eccome se c’è! Terra benedetta, c’ha dato i natali umani e spirituali al Nostro Patrono e Lui che tutto ha avuto – vita terrene e vita spirituale a Calendasco – a Calendasco ha lasciato tutto integro, dalla a alla z. Dai mattoni alle carte! 

 Umberto Battini




PICCOLE FIORITURE 15

CHIESA

Dirò della chiesa: la parrocchiale di Santa Maria. E’ di fondazione longobarda lo dicono le pergamene del Codice Diplomatico Longobardo. Ce ne sono di scritte a Calendasco e Trevozzo ma anche a Pavia e pure a Milano in Santambross’ e ci richiamano il presbitero del momento abitante in Kalendasco. Notarili del 769, 784, 804, 892 etc etc. La più grandiosa ristrutturazione fu svolta nel 1734. Poi nel 1970-71 ci fu quella di don Federico Peratici per il giusto adeguamento al Vaticano II (su questa faccenda avrò da rievocare di più a tempo debito).
La chiesa prima del 1734 era “quasi quadrata” – fere quadrata dice una carta del tempo!
Con le capriate e il pavimento di legno: non sorprende! la chiesa è scritto essere costruita su monticello e quindi ben al riparo dalle piene umidicce e malsane del Po. Era quindi un luogo elevato quel tanto che bastava a mantenere i piedi sull’asciutto, paro paro è ancora uguale oggi. C’è anche (ben nascosta ma c’è) una antica finestra in ordine romanico, tra due muri – uno posticcio ed uno originale, è un rimasuglio coi baffi, un documento lapideo che vale oro, un testimone muto che urla (tipo Legato Sancti Conradi!).
Le chiese longobarde non di rado han fattura a pianta quadra, architettura in uso negli identici anni tra i bizantini che eran padroni fino a Modena. Sappiamo il nome di due nostri vecchi preti longobardi: ed ecco apparire Stabelfredus e Orso che sopra al conto erano anche potenti, con proprietà immobili in luoghi ben oltre la terra piacentina. Officiavano a Kalendasco con diritto di decima sui poveri rurali del posto. Decima al prete, così tanto per cambiare. In fin dei conti un piatto di zuppa te lo concedevano sempre nello xenodochio, quasi a tutte le ore, bastava bussare. Toc toc toc.

Umberto Battini



PICCOLE FIORITURE 14

Una volta.

Quaranta anni fa, nel 1972. C’era una volta a Calendasco. Parlo del paese vero e proprio, che quando ero bambino si sviluppava in lunghezza circa com’è oggi e cioè dal Consorzio al Comune e case limitrofe sulla via del Masero, del Boscone e di Santimento. Sappiate che in paese c’erano: 6 grandi cascine con vacche e cavalli da tiro e bue (bazzicavo liberamente la stalla del castello). 1 distributore di benzina. 1 farmacia. 2 latterie. 2 macellerie. 1 tabacchino (la palta). 2 bar. 2 bar-trattoria. 1 panificatore. 4 botteghe alimentari. 3 barbieri. 2 parrucchiere. 1 pesa per carriaggi. 1 dentista (saltuario). 2 mercerie. 1 edicola. 2 falegnamerie. 1 fabbro. 1 ortolano ambulante. 1 ortolano con bottega. 1 venditore con camioncino (basùlon). 1 ufficio postale. 1 ufficio del lavoro. 1 ambulatorio del medico condotto. 1 consorzio agrario. 1 sarto. 2 maglifici con tante donne lavoranti. 1 negozio di elettrodomestici vari. 1 autofficina. 1 edificio scolastico con medie-elementari. 1 bottega di calzolaio. 1 asilo nido. 1 campo da calcio. 1 campo da basket. 1 cinema parrocchiale. Oggi la fisionomia del borgo è cambiata: sapere dove esattamente erano alcune di queste attività per i non oriundi è impossibile, io per fortuna ricordo bene i luoghi, le costruzioni e soprattutto le persone e quando cammino in strada li rivedo! Con gli occhi del ricordo.

Umberto Battini



PICCOLE FIORITURE 13

Ottobre



Ottobre. Tripla festa. Perché è la Madonna del Rosario il 7 ed a Calendasco una volta c’era sagra. Ricordo l’autunno piovoso e le balere nel cortile dell’osteria ‘Ad Nadal’ vicino alla piazza della chiesa. E poi il 4 è San Francesco: visto che abbiamo una trilogia di tele francescane e San Corrado terziario, un po’ ci tocca sta festa che tra l’altro il Poverello di Assisi è anche com-Patrono d’Italia. Poi per noi devoti del Romitorio abbiamo un’altra bella ricorrenza del Cielo: il 5 ottobre tornava all’eternità proprio in Assisi il giorno dopo San Francesco! Il nostro amatissimo p. Gabriele Andreozzi. Sono 6 anni. Ci è stato un buon frate amico e sapientissimo del TOR, il p. Gabriele grande storico era orgoglioso di S. Corrado che vestiva il suo stesso abito religioso! Ottobre, cadono le foglie. Il Po torna a gonfiarsi. E il vino novello è già presagio.
Umberto Battini


PICCOLE FIORITURE 12


San Donnino il martire.

Decapitato nel 297 a Fidenza (la romana colonia Fidentia, nel medioevo ri-nominata Borgo San Donnino e poi nel trentennio tornata all’origine).
Siccome sono stato nella cittadina diciott’anni con famiglia al seguito, ora che al 9 di ottobre c’è la Patronale del Martire Donnino, voglio farne brevissima memoria. Fidenza senza il suo Santo non avrebbe quella imponente cattedrale con annessa antichissima cripta. E c’è da memorare che questa chiesa nasce nel 1170 ca. come Santuario! Solo nel 1601 diverrà cattedrale essendo elevata a sede episcopale la città.
Quindi un edificio sacro immenso: ancora oggi quanti Santuari conosciamo di imponente misura? Pochi. Ancor più nel medioevo. Nel Museo Diocesano si conserva il famoso calice di San Donnino dono del Barbarossa e che vede incastonato tra il piede e la coppa il nodo cesellato del pomolo che fù scettro di Carlo il Magno! Così si tramanda.
S. Donnino che era il cubiculario (cerimoniere per semplicità) dell’imperatore Massimiano, convertito al cristianesimo, lascia la Curia imperiale e si fa pellegrino, parte per Roma! Come il Nostro Corrado! Ma sulla strada romea, a Fidenza è intercettato dagli sgherri e lì decapitato, sul ponte romano (come usava) e quel ponte è ancora lì a pochi metri dalla Cattedrale. Il miracolo: Donnino decapitato si rialza, raccoglie il capo e crolla lì ove ora è il monumento. E poi la facciata tutta cesellata di bassorilievi d’arenaria, c’è da passarci una giornata. Io ho la fortuna di conoscere questo duomo in ogni anfratto e anche nella sua storia più profonda, quelle formelle poi le conosco al centimetro-quadro, tutte, nel loro significato storico e spirituale, una bibbia di pietra. Chi l’ha vista lo sa, gli altri vadano a visitarla, ora che siamo nel periodo della Festa.

Umberto Battini





PICCOLE FIORITURE 11


SOLMI

Arrigo Solmi fu elogiatissimo storico. Anche circa il Po, il Barbarossa e le Roncaglie delle Diete fu specialista. Gli studiosi e gli storici odierni – e proprio quelli diciamo col pedigree – gli riconoscono questa fama e ne dichiarano la buona fondatezza basata su solide scartoffie d’archivio! E allora ri-parliamo di guado del Po o meglio di guadi. 
Fino a pochi decenni fa era attivo al Mezzano un servizio traghetto del famoso Docì. Mio papà andava a ballare di là da Po, a Somaglia e lì al Mezzano o meglio al Rastello bastava un grido dalla sponda e il Docì ti veniva a prendere. Di là c’è il convento (oggi cascina agricola benedettina come a Cotrebbia vecchia) di Castelnuovo e poco più in su il paese di Somaglia. 
C’è ancora un bel porticciolo ma non si fa più servizio di guado, perché abbiamo le macchine e si fa prima. Quell’area che prende tra il ballottino della Somaglia e quello al di qua di Calendasco del Rastello giù fin quasi alla Raganella, il Solmi – con ragionamento e carta che canta – afferma essere la zona dell’accampamento del Barbarossa e Cò Trebbia vecchia con la sua vecchia chiesa di S. Pietro infatti è lì limitrofa, luogo della discussione delle Diete. 
La buona supremazia nei secoli del passo del Po tra Somaglia e l’area di Calendasco per puntare su Piacenza ce la dà nel 1454 il Duca de Milan Francesco Sforza che intima di sorvegliare bene il passo citato – ed anche i vari passi del fiume – perché l’esazione delle gabelle pareva impoverirsi. D’altra parte, come direbbe Totò, perché pagar gabella se nella accezione latina si diceva vada o vadi. Appunto! Vada! Va bhe, vado e non pago!

Umberto Battini





PICCOLE FIORITURE 10


BARBE DEL FIUME

Era una faccenda di barbe a Calendasco quando lo si scriveva con la Kappa germanica. Che fosse quella del Barbarossa o del Barbarava o dei più vetusti Longobarbi (Longobardi). L’imperatore tedesco alle monache di un bel monastero rinnova e concede il potere completo sul Po proprio nel tratto parallelo al paese e ci mette la firma. Non  a Soprarivo e neanche alla Raganella né al Mezzano o a Cotrebbia vetula, ma qui nel tratto del nostro e mio e corradiano borgo padano. Avevano anche il diritto di riparia, cioè gabella d’attracco sulla sponda. Una bella confusione sul Po a quell’epoca: il conventone di S. Sisto reclamava e aveva Po dal Mezzano Iniquitatis allo sbocco del Trebbia; le monachelle dal Mezzano al Masero (area Botto) ed a Soprarivo del comune di Piacenza il porto con la dogana e più su ancora verso Veratto c’era il porto di Cachinfango (testuale). Chissà se anche per quello c’era un dazio da pagare a qualcuno!
Umberto Battini



 PICCOLE FIORITURE 9

CODICE

Minuta di lettera dal Codice Atlantico. 
Messer Leonardo da Vinci a fine del 1400. Scrive ai Fabbriceri del duomo di Piacenza che volevano far portoni di bronzo. Li consiglia che ci vuol “bono maestro e bona opera”. Purtroppo questi preti rifiutarono l’offerta leonardesca. Costava troppo. Da buoni piacentini preferirono tenersi i portoni in legno che di quello ce ne avevano a macca nei loro possessi boschivi. Certo a legger oggi vien la pelle d’oca, ma così vanno i tempi e la storia. Amen. Però è bello pensare a quale valore artistico e che attrattiva turistica ci porterebbe oggi l’aver della cattedrale due enormi e certamente meravigliosi portoni bronzei firmati Da Vinci! Giustamente, per non creare illusioni, secoli dopo anche il Raffaello di S. Sisto prese il largo. Stavolta era roba da frati!

Umberto Battini



PICCOLE FIORITURE 8


Quando si dà valore alle cose.

Soprattutto in tempo di miseria. Nel 1841 sulla Gazzetta Provinciale di Pavia del 6 luglio in Atti Ufficiali si legge: Avviso – nella mattina del 21 giugno ultimo decorso venne raccolta galleggiante sul Fiume Po’ verso Sponda Piacentina al luogo denominato Calendasco, una pecora, che minacciava di affogarsi. Chi l’avesse perduta potrà rivolgersi a quest’I.R. Ufficio di Polizia giustificando d’esserne il proprietario. Pavia 1 luglio 1841. Davvero interessante, ci si possono fare tanti commenti, anche ironici ma poi mica tanto! Visto le lune che stiamo vivendo oggi. Già il fatto che a Pavia – che non è mica lì a due  passi – ci si prenda la briga di darne notizia… La pecora smarrita ritrovò l’ovile? Mha, chissà! Ad ogni buon conto sta notiziola mi sembra un’ottima metafora.

Umberto Battini




PICCOLE FIORITURE 7


Nel 2013 è il trentennale.
   
Della dipartita del parroco e arciprete (anche canonico di S. Antonino) don Federico Peratici. Scomparve nell’estate 1983. Lo ricordo come fosse oggi, quando arrivò appena dopo l’ora di pranzo la fatidica notizia: un incidente stradale! La voce passò di casa in casa! Così è la vita di paese. Confesso che ci rimasi male, ero giovane, me ne tornai in casa lasciando mia mamma e le donne della mia via a discutere del fatto sotto ad un cocente sole. Durante gli anni tra “Devoti corradiani” l’abbiamo ricordato nelle nostre chiacchierate. Ne abbiamo ri-scoperto il suo attaccamento a San Corrado anche da vecchie pubblicazioni storiche sul Santo che lo citavano per i suoi ragguagli circa Calendasco ed il Confalonieri Patrono. Fu precursore liturgico. Sappiamo tutti dei grandi lavori del 1971 per l’adeguamento degli spazi liturgici secondo le direttive del Concilio Vaticano II. Ne fu un encomiabile estimatore, ma non alla maniera ‘moderna’ ma secondo i canoni veri di fedeltà alla Chiesa. Non travisò. A Calendasco arrivò il Concilio con don Federico, ma quello vero, non quello “beat sessantottino”. In chiesa si suonava solo l’antico pregiato organo. Tra un anno saran trent’anni. Ricordiamocelo. (Credeteci o no io non l’ho mai dimenticato).
Umberto Battini


Piccole Fioriture 6



Uberto e Pietro da Piacenza. 

C’è la firma con la data: 1196! Roma. Cancelli in bronzo della Porta Santa della Basilica di S. Giovanni in Laterano e nel suo Battistero. Non se ne parla mai nella veneranda Placentia, è come un’oblio selvaggio e lapidario. Solo della mediocrità qui c’è memoria, probabilmente perché abbiamo vissuto in decenni di mediocricissimi dirigenti della cultura e ancora seguitiamo su questa linea, anzi viviamo in picchiata e non gratis.  La VII campata ovest del chiostro duecentesco di S. Giovanni in Laterano, conserva oggi i due battenti bronzei che costituivano le antiche porte del Patriarchato lateranense; essi furono fatti eseguire nell'anno 1196 da Cencio Camerario (il futuro papa Onorio III: 1216-1227), insieme a quelli del vicino Battistero ancora lì posizionati. Uberto e Pietro, piacentini del sasso ma sepolti dal macigno della bottega politicante che s’occupa di cultura. Sul macigno siedono in tanti, anche uomini talarati non solo funzionari (dice un proverbio piacentino: siam fratelli nel pregare non nel desinare). Oggi si vola ancora più basso, se ci fate caso non siamo neanche nel “popolare” a livello di proposte culturali, sembrano iniziative del Pianeta Mongo, ve lo ricordate? E’ come un perpetuo dazio da pagare qui a Piacenza, Emilia, Italia, Europa, Mondo, Mongo.

Umberto Battini



PICCOLE FIORITURE 5

 
Da Firenze 28 ottobre 1824.

 Lettera all’avvocato di Bologna Pietro Brighenti. Scrivente: Pietro Giordani, piacentino del sasso. Siccome mi pare fresca come l’acqua e limpida come il sole, bisogna ben estrarne particella. Senza entrare nella diatriba, pescando il fatto che oggi può rimembrare a noi familiarità, il Nostro Pietro così scrive: “Io so benissimo, e meglio di ogni altro, ch’io non posso vivere in Piacenza; paese indicibilmente cattivo; dove i buoni son pochi, i tristi moltissimi, e straordinariamente feroci. So che i calunniatori, per quanto siano scoperti e convinti e svergognati, ritorneranno sempre alle arti loro con mirabile impudenza; e saranno sempre ascoltati, sempre creduti, e io sempre vessato, non dal Governo che è buono e mi conosce, ma dal conte che non mi conosce…” . Sui “tristi moltissimi” non saprei dire ma circa “i calunniatori che anche svergognati e scoperti” ritornano alla loro arte con indefessa faccia di tolla, mi pare più che mai parte del nostro vivere quotidiano reale con proiezione al futuro. Chi più chi meno tutti ci siamo incappati. E c’incappiamo. D’altra parte, ad esser sinceri, la nostra felice piacentinità – della quale non lo negherò ora, io mi sento nel mio piccolo un alfiere – ce l’ha un po’ di quello che il Nostro Pietro duecent’anni addietro già ben sperimentava! Non la tiro per le lunghe e manco altro voglio trascrivere ma mi sa che questo DiEnneA ce lo portiamo dalla fondazione di Placentia del 218 A.C. Sarà colpa dell’umidità padana!

Umberto Battini


Piccole Fioriture 3


L'ASSASSINO FEUDATARIO

Vado. L’ammazzo. E torno.
Giovanluigi Confalonieri. Feudatario.
1547 giorno 10 settembre. Da Calendasco a Piacenza sono 5 miglia circa.
La strada che parte dal borgo passa il Trebbia alla Malpaga e si sbuca nella “via di campagna” dai frati.
Poco più in sù c’è la zona S. Eufemia, qui il Confalonieri con i suoi fratelli ha palazzo.
Lo esige ‘per legge’ il nuovo duca, figlio di Papa, duca con molte, troppe idee per un feudatario all’antica, legato alla terra, alla campagna.
In città lo aspettano altri amici Nobili, ognuno con le sue mire di potere. A Giovanluigi basta conservare la vita selvatica rurale, così almeno ci appare al confronto con gli altri congiurati.
Per dei Nobili entrare nel Palazzo non è difficile, anzi.
Gli altri che congiurano con lui han mire più grandi.
I quattro lasciano il loro piccolo seguito e vengono ricevuti dal Pierluigi loro Duca.
Partono le stilettate. Pochi attimi e il figlio del Papa è cadavere.
Succede quel che succede: la storia piacentina e quella italiana dell’epoca ben racconta e dettaglia questo insano episodio. Ognuno lo legge secondo il proprio tornaconto.
Epilogo: trentanove anni dopo Giovanluigi Confalonieri (ha un avo già Santo in Sicilia, a Noto, del quale han scritto gli agiografi) deve vendere “per obbligo” i suoi beni di Calendasco.
Una confisca più politica che di legge, infatti gli basta emigrare a Milano trentanove anni dopo l’omicidio, col suo gruzzolo cospicuo, e là divenire immanente Capitano di Giustizia.
Giustizia è fatta!
Più volte in questi decenni i Farnese gli han teso vendetta mandando sicari, lui ce l’ha fatta sempre! Nel suo feudo di Calendasco in fin dei conti non si vive male.
Un Santo in Paradiso c’è, anche senza saperlo.
E poi non tutti possono diventare Santi. Il mondo ha continuato a girare. E ancora gira.

Umberto Battini





5 maggio 2012

Santimento


La grande ed antica chiesa parrocchiale di Santimento (S. Imento).
Località frazionale condivisa tra i comuni di Rottofreno e Calendasco.
clicca anche QUI



20 febbraio 2012

19 febbraio







SAN CORRADO CONFALONIERI


CALENDASCO, piccola NOTO
Il piccolo paesello sul Po da 400 anni ha come PATRONO SAN CORRADO


16 febbraio 2012

Articolo della LIBERTA' 2012


Articolo su Calendasco e San Corrado apparso sul quotidiano di Piacenza LIBERTA' di mercoledì 15 febbraio 2012. Il 19 festeggiamo la Patronale.



leggi l'articolo anche sul sito www.araldosancorrado.org


San Corrado Confalonieri
L'eremita penitente


di Umberto Battini

La figura storica di questo Santo piacentino passa attraverso la contestualizzazione con il territorio, non ultima quella che oggi è la Via Francigena. Difatti il nostro Santo Eremita inizia la sua avventura spirituale da quel piccolo borgo che è Calendasco: il castello e l’hospitio-romitorio. Ai nostri giorni abbiamo proprio qui sul Po, il passo francigeno detto “di Sigerico”. Il romitorio già verso il 1280 era retto da frà Aristide, maestro spirituale di s. Corrado e superiore del piccolo ospedale, proprio frà Aristide nel 1290 andò a Montefalco per presiedere alla costruzione del convento di s. Chiara e poi tornò a reggere la sua Comunità piacentina di fraticelli della penitenza o del terz’ordine francescano. Nel 1315 circa vi è l’incendio devastante causato dal Confalonieri durante la caccia, e se fino a qualche anno fa la storiografia lo indicava essere nei pressi di Celleri, basandosi solo su una tradizione, ora abbiamo il sostegno di una pergamena che ribalta e corrobora la storia. L’abbiamo rintracciata in Archivio di Stato a Parma nel fondo del monastero di Quartazzola, è una pergamena in scrittura corsiva latina datata 11 gennaio 1589. Questa investitura di un fondo terriero di 200 pertiche piacentine (circa 45 campi da calcio) ci dice che le terre in direzione di S. Nicolò a Trebbia e che coinvolgono anche il territorio di Calendasco sono chiamate “alla Brugiata”. Questo grande spazio rurale fatto di campi coltivabili, boschi e viti con ragione possiamo intenderlo come la prova che lì un tempo vi fu un grande incendio, indicato appunto dalla toponomastica che chiama tutto quell’appezzamento “Bruciata” nonostante fosse stato terreno fertile e coltivo. D’altra parte anche le “case bruciate” di Celleri sono una indicazione toponomastica così come il “molino bruciato” di Calendasco. Gli Statuti piacentini più antichi, quelli del feroce Galeazzo Visconti (1322 – 1336) prevedevano per l’incendio doloso varie pene a seconda della gravità ed entità dello stesso, ma il reo poteva pagare il danno al Comune con una grande somma pari a 200 lire oppure era libero – tra virgolette - di fare una volontaria cessione di tutti i beni. Senza addentrarci nella questione, possiamo credere fosse appunto questa la pena dovuta per l’incendio del nostro santo come già la storia secolare tramanda e ancor più quella del XV e XVI secolo scritta nella lontana Noto. Lo sviluppo del culto al Santo Penitente ha una svolta in Piacenza nel 1611, quando giunge la lettera del 1610 scritta dai Giurati da Noto, bellissima città sicula nella quale da ormai sette secoli si conserva con somma venerazione il corpo del Confalonieri. Nella lettera si chiede di far ricerche negli archivi piacentini per scoprire quello che il santo frate “habbia molto più occultato per humiltà di quello che s’é investigato”. La risposta è in parte nella lettera spedita da Piacenza nel 1611 che vede gli Anziani e Priori comunicare quanto avevan potuto sapere. Allegano alla missiva una “Informatione circa l’Illustre Famiglia Confaloniera” dalla quale leggiamo testualmente che nel Monastero francescano di S. Chiara, ancor oggi visibile sullo Stradone Farnese, tra le tante cose avevan “trovato notitia di una suor Gioannina Confalloniera che specialmente viveva nel 1340 et anco nel 1356” e che poteva essere la moglie del Santo Corrado al tempo della sua vita piacentina. Come detto, in questi primi decenni del 1600 assistiamo a Piacenza un rincorrersi di espressione di devozione e di propaganda del culto molto significativa a s. Corrado Confalonieri. In Cattedrale gli si erige una cappella dipinta ed ornata con altare e tutto per volontà di Gian Luigi Confalonieri, affrescata nel 1613 dal Galeani pittore di Lodi, queste belle quattro vele sono ancor oggi visibili e recentemente restaurate. Rappresentano scene basilari della Vita del Santo Eremita. Qualche anno dopo vi venne collocata una bella tela del Lanfranco, che nel periodo napoleonico fu trafugata ed ora è esposta nel museo di Lione in Francia. Anche il canonico del duomo Pier Maria Campi scrisse una Vita del Santo Corrado per assolvere alle richieste dei netini che desideravano maggiori notizie e fu pubblicata nel 1614 a Piacenza. Cosa ancor più notabile, il vescovo mons. Claudio Rangoni che era stato investito anch’egli dagli Anziani di Noto di far ricerche sul santo piacentino, suggella le ricerche storiche andando a validare di proprio pugno il Legato Sancti Conradi. Redatto nel Palazzo Episcopale dal Cancelliere e Notaio della curia il 9 agosto 1617, vede la volontà del Conte Zanardi Landi di erigere una cappella ed altare al Santo piacentino nella chiesa di Calendasco. A fondamento dell’atto giuridico che ha valore pubblico con proprie forme solenni, secondo le regole ferree della diplomatica, vi si afferma che i Confalonieri erano abitatori e feudatari di Calendasco; che il culto era già esistente e che andava rinvigorito proprio nel borgo citato e, si badi bene, cosa importantissima per la storiografia è che si afferma che il santo Corrado è nato fisicamente in Calendasco “in eodem loco”. Dal punto di vista storico questa è una notizia eccezionale perché và a chiudere tessere mancanti e apre ancor più a nuovi stimoli di ricerca. Il famoso Legato in scrittura latina, dopo aver illustrato clausole e somme circa il culto e la santa messa in onore al Santo, si conclude con la firma dei testimoni e del vescovo che “per tutti e per ognuno, e dopo aver osservate le debite formalità della legge, dalla pienezza della sua autorità Episcopale, interpose e interpone e parimenti decreta.”. E proprio Calendasco – unico caso in tutta la diocesi piacentina – lo avrà quale Patrono da quei giorni andando anche ad abbellire la cappella del Santo con la stupenda pala che lo raffigura ormai vecchio penitente con sullo sfondo il ricordo dell’incendio frutto della sua conversione e cambiamento di vita. Purtroppo gli affreschi esistenti su alcune pareti laterali della chiesa, con scene della Vita Conradi vennero coperti da una pittura omogenea nel 1971 durante i grandi lavori di adeguamento dello spazio liturgico secondo i canoni prospettati dal Concilio Vaticano II voluti dallo storico arciprete del borgo nonché Canonico di S. Antonino don Federico Peratici. Oggi si ammirano di quegli anni gli affreschi del piacentino Ricchetti e in particolare il suo possente san Corrado sotto la croce posto nell’abside tra santi piacentini. La Tradizione ce lo fa conoscere come San Corrado da Piacenza, e questo giustamente perché la Casata Confalonieri possedeva anche in città in zona S. Eufemia un palazzo ed in Cattedrale si eresse la bella cappella con altare oggi demoliti, e per di più la città è indicativa di un’area facilmente individuabile da qualsiasi devoto in Italia. Resta però il dato storico: la nascita fisica del Santo nel piccolo feudo e borgo di Calendasco, un dato che perlomeno non va ignorato ma anzi dovrebbe essere con serietà riconosciuto. Ma c’è pure un altro aspetto da porre sotto attenzione e che poco si è valorizzato, riguarda gli accadimenti propri del 1300 e che ebbero anche una ripercussione su coloro i quali vivevano da laici convertiti e penitenti come il nostro Corrado. Il papa Giovanni XXII nel 1318 con una bolla aveva scomunicato i frati dissidenti detti volgarmente “spirituali” facilmente confondibili per tipologia d’abito con i fratres de la penitentia francescani. Già nel 1312 un folto gruppo di questi era fuggito, con altri del nord Italia, in Sicilia terra poi d’elezione del nostro eremita. Se Corrado nel 1315 vive la famigerata causa dell’incendio, da una parte lo vediamo essere sotto il martello e l’incudine, perché egli è guelfo e quindi schierato con la Chiesa diversamente dal Galeazzo Visconti ghibellino, però allo stesso tempo veste l’abito bigio penitenziale terziario confuso con quello degli “eretici” che, lo sappiamo dal frate Aristide, seguiva la Regola del 1289 per i laici religiosi, la famosissima Supra Montem di papa Niccolò IV. Nel contempo la confusione era estrema: anche i Poveri Eremiti del frate Clareno furono sciolti ed il pasticcio tra Beghini e Spirituali era talmente esteso che con una altra bolla del 1319 lo stesso papa Giovanni XXII dovette difendere e proteggere ufficialmente i Penitenti e Terziari francescani dicendo che non andavano confusi con i ribelli. Ed anche la cosiddetta faccenda Templare coinvolge gli anni corradiani; l’istruttoria contro i frati Templari si aprì nel 1307 e si concluse nel 1312. Come sappiamo i templari di Piacenza furono tutti assolti dall’accusa di eresia nel 1310 ed anzi già nel 1304, al primo sentore di cattive notizie a loro riguardo, avevano donato i loro beni ai domenicani piacentini. Era questo il clima politico-sociale e religioso che vigeva quando san Corrado ebbe il suo incontro con quelli che la Vita Conradi più antica, il manoscritto netino del XIV secolo, diceva esser stati poviri et servituri di Deu. Altra questione sul fuoco – termine adatto per una santo “incendiario” - è quella dell’iter della sua beatificazione e poi santificazione. A Noto, e per fortuna proprio là, diremmo oggi rileggendo i fatti e la storia, in quella lontana città ove visse da eremita nella grotta dei Pizzoni, alla sua morte avvenuta nella tarda mattinata del 19 febbraio 1351, immediatamente ne furono riconosciute le virtù di santità; già da vivo infatti Corrado compì tanti e copiosi miracoli: primo resta quello del pane che caldo portava fuori dalla grotta ai tanti miseri e visitatori. Non avevan certo bisogno di tante altre prove i cittadini di Noto per riconoscere in lui un sant’uomo, l’avevano sperimentato da vivo e ne portavano memoria e rispetto estremi. Tralasciamo qui di approfondire ulteriori fatti venuti da Noto e atteniamoci alla sua patria piacentina. Nei secoli successivi, durante l’iter diciamo “romano” della causa, un aspetto che la storiografia corradiana non prende in considerazione e che mettiamo sul piatto, è strettamente connesso ai suoi discendenti di Piacenza e Calendasco nel particolare. Infatti nel 1547 il duca Pierluigi Farnese fu assassinato a Piacenza e tra i Nobili cospiratori è anche Giovan Luigi Confalonieri feudatario di Calendasco. Il Duca sappiamo che era figlio di papa Paolo III e la famiglia Farnese una delle più in vista a Roma. Dopo varie vicende si arrivò alla confisca dei beni dei congiurati e tra questi quelli appartenuti appunto anche al Confalonieri assassino, tutto questo circa quaranta anni dopo il fatto. In Archivio di Stato di Parma abbiamo consultato gli atti della confisca e tra i beni che possedeva a Calendasco il feudatario Giovan Luigi Confalonieri e suoi fratelli, vi è anche una parte di quello che è l’hospitio posto in “Co’ di Borgo” cioè all’inizio del paese come è ancora attualmente oggi visibile. I beni sono acquistati dallo Zanardi Landi e con quella fortissima somma il congiurato in questione è costretto al bando da Piacenza e portarsi a Milano. Casi della storia: Giovan Luigi Confalonieri, colui che circa cinquant’anni prima uccise il Duca piacentino, nei primi anni del 1600 fu fatto Capitano di Giustizia a Milano. Questa sintesi per far comprendere con logica come mai l’iter di santità del nostro Eremita non potè che concludersi in pieno seicento; la macchia della Casata dei Confalonieri d’aver ucciso il figlio di Paolo III si trascinò certamente per anni, anche come memoria nella stessa Curia Vaticana. La causa per la santità cominciata a Noto nel 1485, poi sospesa, vede la conferma del culto nel 1515 per mano di papa Leone X; la conclusione per brevità possiamo porla con la bolla di papa Urbano VIII che nel 1625 concede al Ministro Generale dei Frati Minori Cappuccini di celebrare la festa del Santo Corrado in tutto l’Ordine francescano dell’orbe. Intanto restiamo in attesa del gemellaggio tra le diocesi di Piacenza e Noto auspicando che la cosa non si risolva in sola retorica e a beneficio dei soliti noti ma che possa coinvolgere appieno tutti quei devoti che in vario modo amano e studiano questa bella figura di Santo.

umbertobattini@gmail.com


10 febbraio 2012

ARISTIDE



Prima Comunità di Terziari
appresso al “gorgolare” in Calendasco
Per comprendere gli eventi pre-corradiani in terra piacentina

di Umberto Battini

Aristide frate e superiore di San Corrado

Nel libro dello storico Raffaele Pazzelli “Il Terz’Ordine Regolare di San Francesco attraverso i secoli”, edito in Roma nel 1958, reperiamo fondamentali dati storici, che oltre a servire per questa breve sintesi, si presteranno per la relazione che segue.
La comunità in Calendasco di Terziari in abito eremitico composta di pochi religiosi con a capo il frate Aristide, come ogni comunità terziaria, oltre a non essere molto appariscente era anche giuridicamente indipende, con una unione con le altre comunità terziarie “amico foedere”, cioè legame di mutua assistenza.
Questa mancanza di unità causava evidentemente una minore appariscenza esteriore del fenomeno della vita comune tra i Terziari, per cui fu facile che fosse trascurato nelle cronache del tempo, ed in effetti il primo storico che ricercò e rinvenne parecchi documenti dei primi tempi dell’Ordine, il De Sillis, ci fornisce ragione della mancanza di documenti nei più antichi Conventi Terziari.
Il De Sillis nel libro del 1621 sui Terziari di S. Francesco o Penitenti dice chiaramente sul fatto della esistenza e smarrimento dei documenti che fu:
“...a causa dell’umile genere di vita dei nostri Padri;, non avendo grandi monasteri, ma per lo più eremi o piccole abitazioni all’ombra di Ospedali o di Chiese, non possedevano archivi, nè si preoccupavano di questo ma solo di vivere santamente, nella carità verso Dio e il prossimo.”
Anche Fredregando da Anversa dice che i Terziari:
“In molti luoghi essi aprirono degli ospedali e degli ospizi peri poveri e pellegrini, dove necessariamente alcuni fratelli dovevano prendere dimora”.
Del frate Aristide tratta ampiamente uno storico di alcuni secoli fa il cosiddetto ‘Anonimo di Montefalco’ in Umbria. Lo scritto dell’Anonimo è stato rinvenuto da altro grande storico del Terzo Ordine il p. Gabriele Andreozzi, vedasi in Analecta TOR dello stesso Andreozzi “S. Rocco in Montefalco, la Porziuncola del Terz’Ordine Regolare” ed è ricco di dati a noi utili, che in altro studio presenteremo ai devoti e appassionati di storia. Resta importante la questione che già parechi secoli fa, in Umbria lontano centinaia di chilometri da Calendasco, uno storico rimasto ‘Anonimo’ abbia saputo tramandare del Frate Aristide chiamato a Montefalco da Calendasco a presiedere la costruzione del Convento di S. Rocco delle monache Terziarie.
Il Pazzelli nel già ricordato volume ci informa chiaramente che:
“Il terzo luogo di cui ci è stata tramandata memoria è il Convento-eremitaggio di Calendasco presso Piacenza. Sin dal 1280-1290 esisteva qui una Comunità di eremiti, sotto l’obbedienza di Frate Aristide, lo stesso che nel 1290 venne a Montefalco a trovare la Beata Chiara ed in tale occasione ricevé la donazione dei Sigg. Bennati di cui si è detto. Dopo la costruzione di quel Convento lasciò a Montefalco alcuni suoi Frati e ritornò a reggere la sua Comunità nel Piacentino. Qui nel 1315 ricevé nell’Ordine un nobile piacentino, Corrado Confalonieri, predicendogli che sarebbe diventato un grande santo”.

Umberto Battini

9 febbraio 2012