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30 giugno 2015

ARTICOLO PIACENZA


articolo di Carmelo Sciascia
 

Siamo abituati a conoscere la religiosità del popolo siciliano, così come studiato al liceo, attraverso il Verga, nella famosa novella Guerra di Santi: una zuffa cruenta tra avverse fazioni che si sfidano con devozioni contrapposte. Nel caso di Verga la lotta tra San Pasquale e San Rocco. Questa concezione irreligiosa di professare una religione, ha una radice scettica così come era stata avvalorata, fuori dai confini regionali, dallo scettico  Montaigne che così scrive: “Non temo di confessare che io facilmente porterei, se occorresse, una candela a san Michele e un’altra al suo serpente”. Questo in generale penso possa essere ancora valido, almeno per la forte componente pagana,  presente in quasi tutte le feste religiose in Sicilia. Anche la festa del Monte di Racalmuto (il mio paese) raggiunge l’acme, ancora oggi, con una ragguardevole zuffa: la presa del cero, ben descritta da L. Sciascia ne “Le parrocchie di Regalpetra”.
Anche Piacenza, ebbe nella stessa chiesa,  il culto comune di due santi: San Vittore e Sant’Antonino. Sant’Antonino (di cui si sconosce l’anno e la città di nascita) diventa martire nel 303 quando San Vittore aveva tre anni essendo nato nel 300. Morirà nel 375.Piacenza poco sa del proprio patrono Sant’Antonino, ancora oggi per le notizie si fa riferimento allo storico Campi, notizie confutate già nel settecento da un altro storico piacentino: il Poggiali.
Piacenza ignora (e ignorerà fino al seicento) un certo Corrado Confalonieri. Lo ignora non come nobile rampollo dei Confalonieri di Calendasco ma come Eremita in quel di Noto.
Solo che contrariamente a Sant’Antonino, di Corrado Confalonieri da Calendasco sappiamo tutto, con documentato puntiglio storico. Notevoli sono state le ricerche e gli studi, numerosi i documenti e le testimonianze. Studi ed incontri che continuano ancora a fornirci nuove conoscenze.
Sabato 20 giugno, nel salone del municipio di Calendasco ha avuto luogo il VI Convegno Nazionale di studi corradiani. Il tema: Considerazioni storiche sui luoghi, i documenti e il culto di San Corrado a Calendasco. Ricorre infatti quest’anno il V centenario dell’indulto di beatificazione del Santo avvenuta a Noto nel 1515. Corrado fu Santo per volontà popolare subito dopo la morte, quando per la Chiesa era ancora Beato.
Moderatore dell’incontro il poeta Claudio Arzani, ha salutato i presenti il parroco di Calendasco Don Massimo Cassola che ha sottolineato la figura di Corrado come pellegrino, un pellegrino illustre che ci porta a meditare sul tema dell’accoglienza, accoglienza come caratteristica  peculiare della comunità del paese. Diversi sono i profughi ospitati in paese senza che vi sia nessun problema per i residenti abituali.  In un convegno dedicato a San Corrado una testimonianza netina è d’obbligo. Una presenza quella di Oscar Angelo Cannella da Milano che sottolinea la santità di Corrado per grazia ricevuta. La sua è una delle tante testimonianze che si trovano anche nel museo degli ex-voto a Noto. Da bambino era affetto da una grave malformazione ossea, un processo degenerativo di calcificazione che lo avrebbe portato all’immobilità, la madre lo depose sull’urna del Santo all’età di nove anni e da quel momento iniziò una lenta ma totale guarigione.
Dopo questi preliminari di carattere squisitamente devozionale, la parola agli storici. Il primo ad intervenire è Gianni Battini, cultore di storia locale. La sua testimonianza parte da lontano, dal ritrovamento dei sette pugnali di selce che testimoniano già in periodo preistorico la presenza dell’uomo in territorio prossimo al Po, dove si pensava ad una presenza dell’uomo in epoca più tarda, per un’apparente inospitalità delle caratteristiche territoriali. Oltre che manufatti, sono state nella zona trovate tracce  di abitazioni (capanne) risalenti al 900 a.c. Calendasco fu sicuramente villa romana, cioè case e cascine sparse nella campagna in prossimità del Po, ma non è da escludere un’origine celtica, il significato del territorio sarebbe “luogo vicino a una foresta”. Sicuramente il maggior sviluppo si ha con l’attraversamento delle vie di comunicazione, con la derivazione di una bretella della via postumia che giungeva al porto sul fiume, il futuro passo di Sigerico, che conduceva verso Pavia,   proseguendo verso la Gallia e collegandosi al Lambro, verso Milano. Nel 1154 queste terre videro anche  l’accampamento dell’imperatore Federico Barbarossa e la famosa Dieta di Roncaglia (per alcuni storici il luogo sarebbe stato Somaglia). Il tema, dai Celti a San Corrado, è stato così ampiamente trattato come premessa storica della realtà locale, humus culturale dove nacque ed operò il giovane Corrado Confalonieri.
Le grandi vie di comunicazione, dai romani al medioevo sono state illustrate dallo storico Fausto Chiesa. Interessante capire come accanto alle vie di comunicazione si siano formati gli xenodochi e quali erano quelli presenti a Caledasco. Gli xenodochi erano luoghi preposti a “ricevere ospiti” come dalla genesi compositiva del termine stesso. Sorti accanto alle vie più importanti erano di sostegno ai viaggiatori ed ai pellegrini, numerosi infatti si trovavano sulla via Francigena e sul cammino di Santiago de Compostela. Gestiti da frati, costituirono un embrione dei futuri complessi episcopali. Importante quello gestito dai monaci di San Colombano di Bobbio. Così lo storico Chiesa: “Lungo la via Postumia che in seguito verrà definita Romea o Romera, invece, era più facile trovare degli hospitali, che davano assistenza anche e soprattutto sanitaria, così fu  quello di Sant’ Elena di Rottofreno, oppure di Ponte Tidone annesso alla chiesa, ben visibile ancor oggi, seppure ridotto maluccio. Superato il porto sul Po di Suprarivo, dopo qualche chilometro i pellegrini, i viandanti si trovavano di fronte l’abitato di Kalendasco, poche case esistenti in epoca longobarda e prossimo alla città di Piacenza. La tradizione ci porta qui a rinnovare la figura e l’importanza di San Corrado Confalonieri, del quale esiste tuttora l’hospitio-romitorio a lui dedicato.” 
Il romitorio di Kalendasco era detto del “gorgolare” perché nei pressi di un mulino ad acqua. Per questo la comunità religiosa, colà insediatasi, prese il nome di Gorgolare. Fu qui che Corrado nato Confalonieri nel castello di Calendasco nel 1290,  rinasce all’età di 25 anni a nuova vita diventando francescano penitente. E qui che padre Giuseppe Neri, postulatore del Terzo Ordine Regolare, venuto appositamente per il convegno insieme ad un confratello da Assisi, pone l’accento sulla conversione del Santo e sull’analogia con la scelta di San Francesco d’Assisi. Corrado vive gioiosa gioventù (come del resto il Santo Poverello) ma l’incidente lo sradica. L’incidente era avvenuto durante una partita di caccia, quando per stanare la selvaggina nascosta nel folto della vegetazione, ordinò di appiccare il fuoco. Il governatore di Piacenza Galeazzo Visconti, Vicario Imperiale fece riconoscere colpevole un contadino del luogo. Fu allora che Corrado proclamata la sua colpa e risarcito il danno, rinuncia al privilegio nobiliare, diventa povero e si converte. Congiuntamente a sua moglie Eufrosina che scelse di entrare nel monastero di Santa Chiara in Piacenza. Corrado chiede di essere accolto all’Hospitio dei terziari francescani di Calendasco,  si nutre di solo pane, dorme sulla nuda terra. L’esperienza dura 5 anni, viene infine introdotto e veste l’abito grigio dei penitenti. Pellegrino a Roma, in Terra Santa, a Malta, lo troviamo infine in Sicilia, a Noto.
Perché Noto? Ed è appunto questo Convegno a darci chiarimenti in merito. Umberto Battini, infaticabile studioso, ricercatore ed organizzatore di eventi corradiani ci prospetta la soluzione. Una curiosa premessa: ai tempi di San Corrado i servitori e battitori per la caccia, erano detti ‘battini’. E come il nostro Umberto ebbe a scrivere: “Non so quanto possa valere, di certo però, io che mai ho praticato la caccia, ho l’onere di portare questo antico cognome”. E lo porta benissimo, visto il grande contributo che ha dato alla ricerca storica sul Santo: sua la scoperta, cercando negli archivi parrocchiali, del documento attestante la nascita del Santo Eremita proprio a Calendasco. Ci dice il Battini che già il territorio  netino, per peculiare conformazione e per tradizione bizantina, era meta di molti eremiti, (come, altri parti del meridione, ad esempio nelle vicinanze di Monte San Michele sul Gargano, dove ancora continua la tradizione greco ortodossa). Non solo. Riporta il nostro storico documenti per cui nel 1296 era stato assegnato ad un nobile Landi piacentino il feudo di Curmaracchia in Val di Noto. Probabilmente Corrado ne era a conoscenza.  Il Feudo perso dai Landi venne poi richiesto tramite intercessione papale, senza nessun esito. Documentazione storica ineccepibile quella del possesso piacentino di Curmaracchia, come ineccepibile potrebbero essere i due accennati fattori determinanti nella scelta del Santo.
Le rivelazioni di Battini continuano:  cita anche documenti ove si parla di scontri armati avvenuti nel 1313, l’assedio della lombarda Soncino in quel di Cremona, con protagonista tal Corrado Confalonieri. Visto che la conversione è databile nel 1315, potrebbe anche essere che lo stesso giovane Corrado Confalonieri si trovasse a combattere nell’anno 1313. Ultimo episodio riportato da Battini, la descrizione dei festeggiamenti di San Corrado, avvenuti a Calendasco il 19 febbraio del 1912, festeggiamenti avvenuti per tre giorni di seguito ed alla presenza di tre vescovi, uno per ogni giorno. Sappiamo della presenza del vescovo di Piacenza, di quello di Bobbio, mentre ignoriamo quale fosse il terzo vescovo (sarà un ulteriore convegno a svelarcelo?).
Il sindaco Francesco Zangrandi,  ha illustrato brevemente la storia del castrum burgi calendaschi. Mentre dettagliatamente si è soffermato sulla storia recente e sui progetti di recupero. Progetti presentati già nel 1985, ma che iniziano concretamente in seguito al reale pericolo di crollo del tetto solo nel 2000, per proseguire nel 2002 con l’acquisto di altre pertinenze del castello, portico e scuderia. Altri cantieri si susseguono dal 2007 al 2013 e che vedono la sistemazione dello scalone di accesso ed il  recupero dell’area cortilizia.
Per finire si attende un ulteriore finanziamento per porre in essere un adeguato sistema di illuminazione che ne esalti le caratteristiche architettoniche. Il prossimo consiglio comunale vedrà la proposta per fare inserire la via Francigena come patrimonio dell’umanità. Sarebbe l’inserimento UNESCO un grande volano per un ulteriore rilancio del turismo della zona, che vedrebbe protagonisti, la presenza del Castello, del Romitorio, del guado di Sigerico e della figura di San Corrado, patrono di Calendasco da più di quattrocento anni.
Per concludere Francesco Ferri, poeta piacentino, ha  recitato alcuni componimenti in onore di San Corrado.
Qui potrebbe terminare il resoconto del VI convegno di studi corradiani. Ma così non è, perché in realtà il convegno prosegue con una visita guidata nei luoghi propri del Santo.
Visita al Romitorio, dove la storia (di San Corrado) e l’arte (di Bruno Grassi) si fondono e confondono, trasformando un luogo materiale in un altare di profonda religiosità. Visita al Castello ed alle stanze, che videro nascere e crescere Corrado, uomo d’armi e nobile Confalonieri. Visita alla chiesa, presenza antica, almeno nel nucleo originale, la parte che riguarda l’altare, familiare al Santo.
“Noto è una delle più straordinarie città che si siano costruite in Europa… una delle più raffinate realizzazioni di un’epoca che produsse Mozart e Tiepolo” (S. Sitwell), è per definizione “il giardino di pietra”, un giardino che custodisce nella propria Cattedrale, l’urna d’argento con il venerato corpo di San Corrado, acclamato Santo, da beato, dal popolo netino fin dall’anno 1351.
Anche a Piacenza, nonostante i Farnese abbiano cercato di cancellarne la memoria, perché il Santo era della famiglia Confalonieri,  si celebra San Corrado con molta solennità ed  a Calendasco per esattezza storica da oltre 400 anni!

Carmelo Sciascia