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26 marzo 2026

IL PORTONE

DA VINCI E PIACENZA
E IL BRACCINO CORTO DEI PRETI
 
di Umberto Battini
    divulgatore storico 
 
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a fine di questo testo trovi il link di un mio articolo di giornale su questo argomento
 
Minuta di lettera dal Codice Atlantico
Messer Leonardo da Vinci a fine del 1400. Scrive ai Fabbriceri del duomo di Piacenza che volevano far portoni di bronzo. 
Li consiglia che ci vuol “bono maestro e bona opera”. 
Purtroppo questi preti rifiutarono l’offerta leonardesca. Costava troppo.
 
Da buoni piacentini preferirono tenersi i portoni in legno che di quello ce ne avevano a macca nei loro possessi boschivi. 
Certo a legger oggi vien la pelle d’oca, ma così vanno i tempi e la storia. Amen. 
 
Però è bello pensare a quale valore artistico e che attrattiva turistica ci porterebbe oggi l’aver della cattedrale un enorme e certamente meraviglioso portone bronzeo firmato Da Vinci! 
Giustamente, per non creare illusioni, secoli dopo anche il dipinto di Raffaello in S. Sisto  qui a Piacenza, prese il largo. 
Stavolta era roba da frati!
 
articolo storico di Umberto Battini 
  
Umberto Battini
divulgatore storico
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LA CASATA MOLTO EGEMONE

CONFALONIERI
UNA CASATA EGEMONE
 
di Umberto Battini
     storico di S. Corrado e divulgatore 
 
La Casata dei Confalonieri a Piacenza e nel territorio ha radici molto lontane, già nel 846 compare nominato Anduyno de Confalonieri in una carta relativa a Bobbio per il diritto dei benedettini di navigazione libera sui fiumi Po e Ticino. 
 
Piacenza in età longobarda aveva la sede di un Ducato, mentre i carolingi la resero centro d’un Comitato. 

Nel Registrum Magnum di Piacenza troviamo nominati i Confalonieri in tanti atti della comunità. Suore nel monastero di S. Giulia di Brescia che aveva i diritti per la navigazione sul Po, il porto e traghetto posti al nord-ovest di Piacenza, tra i quali quello appunto di Calendasco, nel 1198 erano la domina Helena Confanoneria e la domina Mabilia Confanonera. 

In un’altra carta del 1277 compare nominata sempre per diritti relativi al Po, Leonor Confalonieri ed in un Cartula societatis fatta a Piacenza il 17 febbraio 1200 si legge di Arduino Confanonerius che chiede per sè e per Giovanni Rogna il diritto di estrarre acqua dal Nure per mezzo di un canale, per portarla a due molini in costruzione.

Sappiamo con certezza che erano al servizio del Vescovo nei secoli XI – XIII, ed in quanto famiglia guelfa a seconda dei momenti politici di Piacenza, subirono come altre casate nobiliari momenti positivi e periodi di aspra contesa e lotta.
I Confalonieri erano “antichi capitanei episcopali che si erano inseriti nella lotta per il predominio cittadino ed avevano assunto il potere assieme ai capi della fazione nobiliare che nel 1310 aveva battuto Alberto Scotti”
 
A Piacenza dopo il 1220 si impone il sistema politico retto dal Podestà, che diventa arbitro tra le varie fazioni, nel 1242 troviamo in carica Manfredo Confalonieri. 
E’ una Casata molto prolifica, ad esempio in carte del 1282 e 1283 troviamo citati vari componenti: Jacopo Confalonieri con i figli Alberto, Bernabò e Filippino ed ancora Bernardo figlio di Oprando Confalonieri.
 
Umberto Battini
storico di S. Corrado e divulgatore 
 
brani estratti dal volume di U. B. del 2006 
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25 marzo 2026

HOSPITIUM

Pillole di storia medievale
NELLA FORESTERIA
Hospitale e funzionalità
di Umberto Battini
    divulgatore storico
 
L'accoglienza dei pellegrini negli ospedali aveva anche una distinzione sociale, infatti il pellegrino era distinto nettamente: quello a piedi e quello a cavallo. 
Ovvio che chi è a cavallo è il ricco mentre il pellegrinaggio  a piedi è quello comune, del ceto povero e quindi obbligato per certi versi a peregrinare in modo penitente più greve, passo dopo passo. 
La foresteria per i ricchi solitamente è dentro alle mura di un luogo monastico e qui le celle per l'alloggio sono più confortevoli che nel classico hospitale hospitum destinato a tutti. 
La strada è percorsa sia da pellegrini e mercanti, che dai soldati, strumenti del potere. La Via Francigena nasce con l'epoca longobarda ed è costellata da luoghi di accoglienza per chi viaggia principalmente a piedi e nei secoli successivi l'itinerario per Roma diventa ben definito per chi giunge dall'europa nord-ovest cioè Francia e anche dall'Inghilterra.

La caritas che è la prima delle virtù teologali, con l'infermitatis  è ben legata  allo stato di povertà ed anche di malattia e in questo contesto nasce l'ospedale del medioevo, che era assolutamente luogo pubblico ed anche gratuito di carità. 
E la società del tempo sviluppa un concreto assetto di ospitali che sorgono ad un giorno di cammino l'uno dall'altro, insomma una costellazione importante di questi luoghi di accoglienza e cura.
Cruciale ad esempio l'ospitale per romei diretti o in arrivo dal fiume Po a Calendasco, in provincia di Piacenza,oggi abitazione privata, nel quale si conserva la parte longobarda dello xenodochio. 
 
Umberto Battini
studioso e divulgatore storico 
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IN HOSPITIO DICTI LOCI

LE CARTE D'ARCHIVIO
DI STATO A PIACENZA
Ritrovati nel 1998 ben 23 notarili
riferiti all'ospitale di Calendasco
Qui sotto ecco una parte estratta dal libro
di Umberto Battini edito nel 2005 (che trovò i notarili inediti)
"San Corrado Confalonieri il cercatore di Dio"
con una analisi storico-critica dei luoghi di Calendasco
che hanno visto presente il Santo Patrono del borgo 
 
 

L'ESISTENZA GIURIDICO-SOCIALE DELL'HOSPITIO DI CALENDASCO, SORTO LUNGO L'ASSE VIARIO DELLA VIA FRANCIGENA, NEL TRATTO DELLA PIU' ANTICA STRADA Placentia-Ticinum, è data dai documenti cartacei rinvenuti presso l'Archivio di Stato di Piacenza, nel Fondo Notarile.

Si tratta di vari pezzi relativi al XVII sec., facenti parte della Diplomatica Speciale, quella riservata alla Scrittura Privata. 

Carte notarili preziose e che riportano nel protocollo, nel testo e nell'escatocollo, quei caratteri di maggiore importanza dell'atto e la sua attinenza con la struttura stessa.

L'analisi delle parole latine, di cui tutti gli atti sono composti, ci apre le porte alla comprensione del luogo e del territorio.

Dove si legge "SUBTUS PORTICHUS HOSPITII DICTI LOCI" oppure " IN LOCO CALENDASCHI DUCATO PIACENTINO IN HOSPITIO DICTI LOCI PORTICHUS VERSUS" od ancora " IN LOCO CALENDASCHI….IN HOSPITIO STRATA PUBLICAM VERSUS". 

Vi si ritrova un chiaro riferimento ad HOSPITIO, cioè luogo atto al ricovero di persone e animali al seguito, albergo, luogo di ospitalità per il viandante povero e non a caso, ancor oggi, sebbene a lettere ormai quasi illeggibili e cancellate dal tempo, sopra all'arco del portico di ingresso vi sono tracce di una scritta dicente:"QUI SI OFFRE VITTO ALLOGGIO E STALLA". 

Era quindi luogo di ospitalità continua, cotidiana, per il viandante occasionale ma anche luogo di assistenza agli indigenti, agli ultimi del posto.

Gli atti relativi all'Hospitale di Calendasco, danno la esatta ubicazione geografica dello stesso, dicendo "STRATA PUBLICA VERSUS".

Nella dizione latina "STRATA PUBLICA" sta per STRADA PRINCIPALE, la via più importante, quella che andava a collegare il Borgo di Calendasco alla città.

I Documenti relativi all'Hospitio di Calendasco, sono redatti per la maggior parte, sotto al portico dello stesso, ed esso era ed è tutt'ora, ubicato a lato della strada principale, "STRATA PUBLICA VERSUS". 

Gli studi riportano che i Terziari francescani avevano in Italia molti romitori come quello detto 'al gorgolare' di Calendasco, ove spinti dal desiderio di perfezione, sotto la guida di un superiore da loro stessi scelto, si dedicavano al servizio degli infermi poveri e pellegrini presso qualche pubblico ospedale od ospitio

Umberto Battini 
storico di S. Corrado e divulgatore
 
questo riportato sopra è solo un breve estratto dal libro
"San Corrado Confalonieri il cercatore di Dio" di Umberto Battini edito nel 2005 
con la Prefazione del cardinal Tomas Spidlik S.J. 
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23 marzo 2026

LIBRO DEL 1890

UNO STUDIO IMPORTANTE TRA I TANTI
IL VOLUME DEL 1890 DEL VERATTI
ECCO L'ESTRATTO DI UNA PREDICA
dal volume S. Corrado Confalonieri Cenni Storici
stampato a Noto nel 1890, editrice Zammit di Noto
il testo qui proposto è preso dalle pagg. 60-61 
Predica in lode di S. Corrado Piacentino
Del M. Rev. P. Don Paolo Aresi Cherico Regolare. Fatta da lui nel Duomo di Piacenza, l'’anno 1616 a dì 19 dì febbraro; correndo la feria sesta dope le Ceneri, In Piacenza MDCXVI. 
Per gli Heredi di Giovanni Bazachi. Con licenza de' Supe­riori.

È premessa una Dedicatoria.  
Al miracoloso Padre, e grande Eremita Corrado santissimo, sottoscritta da Alberto Degani Sacerdote Piacentino, e Cappellano desso S. Corrado; il quale aveva ottenuto, per farlo stampare, il panegirico dall'Autore, uno fra tanti celebri Predicatori d'allora. 
Seguono componimenti in versi latini e volgari convenientissimi al pessimo gusto di quel colebre predicatore. 
 Il quale si vede uomo di molto ingegno e di molta dottrina, ma al tutto perduto dietro l'andazzo del tempo, a ghiribizzare in giochetti di parole, e metafore sperticate, e quante altre stranezze correvano allora per vaghezze e sublimità di stile. — Dal nome del Santo piglia l'assunto del discorso.

«…chi non vede che nella  sua  fronte,   e   nella   sua prima sillaba porta scolpito il cuore ? le seguenti poi in
due maniere possono con la prima congiungersi: Cor
rado, questa
è la prima; Cor addo, questa é la seconda:
nella prima si fa menzione di togliere e di radere: ed
ecco l'offizio dello Scultore; nella seconda di aggiungere,
ed ecco quello del Pittore. E meritamente ambidue nel
l'istesso nome comprendonsi : perché sogliono andar
sempre congiunte quest'arti, e non toglie mai Dio, se
non per dare
.  Su dunque, veggiamo   come il cuor di
Corrado fu disposta materia per ricevere, e come in fatti ricevè gli effetti meravigliosi, benché fra lor diversi, della scultura e della pittura del celeste Artefice, che ad imitazione poi di lui, apprenderemo anche noi, la ma­niera di renderci capaci di così gran bene.»

A fronte di questa analisi del nome Corrado, rimane
pressoché sbiadito il pensiero suggerito al panegirista
dal cognome Confalonieri. «.... lascio l'esser egli (San
Corrado)
germe di nobilissima radice, che fu la famiglia
Confalonieri, e per antichità, e per numero d'uomini
illustri nelle lettere, e nell'armi, ben degna di portare
fra l'altre il Confalone… »

Degna di tutto il resto è la descrizione dell' incendio.

 «Andava egli un giorno, cacciato da gl'impetuosi    veltri de' suoi capricciosi affetti, a caccia in una foresta :  e per far preda di una timida lepre, 
che in un cespuglio di spine ricovrata si era, troppo arditamente vi pose attorno il fuoco, il quale a guisa di cacciatore anch'egli, e qual veloce levriero, talmente affrettò i passi che prima che se gli potesse por freno,  disertò quasi il paese... »

Cav. Bartolomeo Veratti

dal volume S. Corrado Confalonieri Cenni Storici
Noto 1890, editrice Zammit
testo dalle pagg. 60-61 
libro dall'archivio privato U B 
 
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ERETICI DEL 1200

UN PIACENTINO 
E IL LIBER SUPRASTELLA 

 

22 marzo 2026

UN ASPETTO STORICO CORRADIANO

San Corrado Confalonieri Eremita Terziario francescano
LA “VITA BEATI CONRADI” DEL SEC. XIV 
Brano estratto alle pag. 29-30 dal volume di Gabriele Andreozzi 
"San Corrado Confalonieri Eremita Terziario francescano
con la presentazione di mons. Salvatore Guastella
Editrice ALVERIA Noto 1993 


Il primo documento è la “Vita Beati Conradi”, in vernacolo siciliano, manoscritto anonimo della seconda metà del trecento, subito dopo la morte del santo. E’ la fonte più antica e preziosa, anche se non se ne conosce l’autore.

La critica moderna dimostra che il suo autore non fu Eugenio Guiti, presunto confessore del santo, né fra Michele Lombardo, suo compagno nella vita eremitica, ma un devoto di lui “semplice e sincero, che scisse fatti a lui contemporanei”.

Il primo passo che ci interessa, tradotto dall’originale siciliano, suona così:

«E vedendosi messer Corrado nudo delle cose del mondo, gli venne in cuore di andare a servire Dio. E riconciliò la sua famiglia e la raccomandò a Dio ed egli d’altra parte se ne andò a servire Dio. E messere Corrado pervenne dove c’erano poveri e servitori di Dio ed egli narrò il fatto a loro dicendo che voleva servire Dio; quelli lo ricevettero volentieri per un certo tempo e intorno a pochi giorni lo vestirono e gli mostrarono la via che doveva tenere e l’opera che doveva fare. Ed essendo ammaestrato egli partì».

Che qui si tratti dell’ammissione ad un ordine religioso è evidente. Ma a quale ordine? Non si dice, ma non è difficile indagarlo, seguendo passo passo le parole del testo.

Rimane in primo luogo fuori dubbio che non si possa parlare di San Corrado come di un “eremita irregolare”, tanto precise sono le norme, descritte dal nostro Anonimo, che furono seguite per la sua ammissione all’ordine. Un eremita irregolare sarebbe stato considerato un abusivo e, non potendo esibire il diploma di eremita, rilasciato dalla competemte autorità della Chiesa, non arebbe potuto questuare né assumere la custodia di una cappella, di un cimitero, di un eremo.

Un eremita irregolare sarebbe stato un solitario. Invece Corrado ebbe e desiderò avere sempre dei compagni negli eremi. Così nell’eremo piacentino, così alle Celle e ai Pizzoni di Noto.

Il primo gesto di Corrado fu la riconciliazione: con la sua famiglia che aveva mandato in rovina e con i proprietari dei luoghi incendiati. Proprio come prescriveva la «Regola dei Fratelli e delle Sorelle dell’ordine dei frati della Penitenza», approvata nel 1289 da Niccolò IV, dove si leggeva al cap. II che chi voleva essere ammesso, doveva innanzitutto “restituire la roba altrui… riconciliarsi con i prossimi”.

Tanto era importante la riconciliazione che il capo VI della stessa regola disponeva che si facesse tre volte l’anno, a Natale, a Pasqua e a Pentecoste, in coincidenza con la confessione e la comunione.

La frase “servire Dio”, che non si legge nella Regola di Nicolò IV, era però contenuta nel Memoriale propositi, che fu la prima regola dei penitenti e prima ancora nelle due lettere di San Francesco ai penitenti, nella prima delle quali si diceva che è cosa amara costringere il corpo a servire Dio, il che veniva ripetuto nella seconda.

A ciò si aggiunga che le più antiche bolle papali identificavano l’appartenenza all’ordine della Penitenza con l’impegno di servire Dio: “quicumque ad Dei servitutem accedit… (Bolla “Detestanda” di Gregorio IX, del 1 aprile 1228); i penitenti erano detti “Domini servos” (Bolla “Nimis patenter” del 26 maggio 1228) e la loro vita era una “servitium Creatoris” (Bolla “Cum illorum” del 2 agosto 1229).

«Riconciliazione» e «servizio di Dio» furono infatti i due primi passi che fece Corrado dopo la sua conversione. Risulta ben chiaro dalla “Vita” che il servire Dio non era soltanto un impegno personale per Corrado, ma era già da sempre l’impegno comunitario della fraternità eremitica, che l’aveva accolto, composta di “Poveri e servitori di Dio”.

Brano estratto alle pag. 29-30 dal volume di Gabriele Andreozzi
"San Corrado Confalonieri Eremita Terziario francescano" 
 
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21 marzo 2026

NEL 2024

RIEMPIE UN VUOTO STORICO
DOPO DUE VOLUMI CON DOCUMENTI E NOTIZIE
MAI PRIMA DA NESSUNO CONOSCIUTE E CITATE
IL NUOVO LIBRO STUDIO
La storia centenaria della gente devota di Calendasco 
guidata da sacerdoti ammirevoli
 
IL LIBRO DEL 2024 con le carte dell'Archivio Parrocchiale inedite

 

MARINAI DEL PO

MARINAI DEL PO
UN EPISODIO DEL 1777
 

di Umberto Battini
    divulgatore storico 
 
Una antica Grida di Piacenza del 1777 datata 4 novembre, emessa dal Governatore cittadino Giuseppe Rocca. 
 
Questa Grida "Ordina" ai Marinai di Calendasco di mettersi senza riserve a disposizione completa dell'Ufficio in occasione di inondazione.

Al contrario i Marinai del borgo sul Po avrebbero subito una pena pecuniaria ed altre arbitrarie, cioè decise al momento dallo stesso Governatore.

Una vocazione di pescatori e marinai del Grande Fiume che condividevano con altri abitanti delle zone rivierasche tra i quali gli uomini di Roncarolo e della Mortizza piacentina. 
 
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20 marzo 2026

NEL PO GLI IBIS

ERA L'AGOSTO DEL 2024
ECCO LE MIE FOTOGRAFIE
DI QUESTI PENNUTI DAL BECCO DIVERTENTE
In una calda giornata estiva al mattino
insolitamente abbastanza avvicinabili
  

 

PITTURE ANTICHE

CONSERVA DIPINTI ANTICHI
SULLE PARETI DELLA CHIESA C'ERANO AFFRESCHI
DEDICATI A SAN CORRADO
COME RISULTA DAI DOCUMENTI ORIGINALI 
 
il libro del 2024 contiene la documentazione originale, trascritta ed in anastatico circa gli affreschi, la statua, reliquiari, reliquie arrivate direttamente da Noto, carte mai prima rese pubbliche, dall'Archivio della Parrocchia di Calendasco


19 marzo 2026

IL PLAC DELLA CONGIURA

UNA RIFLESSIONE
Con moneta sonante  
e ripagati con la stessa moneta
 
di Umberto Battini 
    divulgatore storico 
 
 
 
 Il Duca Pier Luigi seppur preavvisato qualche tempo prima “i nomi de’ Congiurati, procurò per vie non lecite, sia per mezzo di Stregoni di saperlo; né con tutto ciò certezza poté havere…”.

La moneta coniata dal Duca Morto quando era Vivo riportava scolpite le lettere PLAC e le parole Pet.Aloy.Farn.Plac.Dux. 

Putacaso le stesse prime lettere dei cognomi dei congiurati: Pallavicini, Landi, Anguissola e Confalonieri “et il luogo era PLACentie”.

 Ma sta inganno si scoprì solo dopo la morte. 

A noi sta bene ricordare del Giovan Luigi Confalonieri di Calendasco lì abitante e feudatario (con i fratelli!); mandò quindi il giovanissimo nipote del Duca ucciso, cioé l’Orazio Farnese, sicari contro il Confalonieri che però miseramente non andarono a segno.  

Non fu l’unico tentativo dei Farnese nello scorrer del tempo di far uccidere i congiurati. 

Eh sì, era dura da digerire perché non ostante l’onta del Duca Morto si recita testuale nella confisca che “l’Ecc.mo Signor Duca di Parma (Piacenza non è nominata in questo atto e ciò la dice lunga ndr) pagarà l’ammontare del Castello, beni et ragioni di Calendasco delli Ill.mi Signori Confalonieri secondo l’estimo fatto…”.  Documenti che cito e che possiedo in copia anastatica nella loro completezza.

Gli tocca pure pagare e molto! Dimenticavo siamo nel 1582, il fattaccio era del 1547! 

Domanda:  avrà saldato con l’antico conio PLAC?

Umberto Battini
divulgatore storico
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