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26 marzo 2026
IL PORTONE

LA CASATA MOLTO EGEMONE
Nel Registrum Magnum di Piacenza troviamo nominati i Confalonieri in tanti atti della comunità. Suore nel monastero di S. Giulia di Brescia che aveva i diritti per la navigazione sul Po, il porto e traghetto posti al nord-ovest di Piacenza, tra i quali quello appunto di Calendasco, nel 1198 erano la domina Helena Confanoneria e la domina Mabilia Confanonera.
In un’altra carta del 1277 compare nominata sempre per diritti relativi al Po, Leonor Confalonieri ed in un Cartula societatis fatta a Piacenza il 17 febbraio 1200 si legge di Arduino Confanonerius che chiede per sè e per Giovanni Rogna il diritto di estrarre acqua dal Nure per mezzo di un canale, per portarla a due molini in costruzione.
25 marzo 2026
HOSPITIUM
IN HOSPITIO DICTI LOCI
L'ESISTENZA GIURIDICO-SOCIALE DELL'HOSPITIO DI CALENDASCO, SORTO LUNGO L'ASSE VIARIO DELLA VIA FRANCIGENA, NEL TRATTO DELLA PIU' ANTICA STRADA Placentia-Ticinum, è data dai documenti cartacei rinvenuti presso l'Archivio di Stato di Piacenza, nel Fondo Notarile.
Si tratta di vari pezzi relativi al XVII sec., facenti parte della Diplomatica Speciale, quella riservata alla Scrittura Privata.
Carte notarili preziose e che riportano nel protocollo, nel testo e nell'escatocollo, quei caratteri di maggiore importanza dell'atto e la sua attinenza con la struttura stessa.
L'analisi delle parole latine, di cui tutti gli atti sono composti, ci apre le porte alla comprensione del luogo e del territorio.
Dove si legge "SUBTUS PORTICHUS HOSPITII DICTI LOCI" oppure " IN LOCO CALENDASCHI DUCATO PIACENTINO IN HOSPITIO DICTI LOCI PORTICHUS VERSUS" od ancora " IN LOCO CALENDASCHI….IN HOSPITIO STRATA PUBLICAM VERSUS".
Vi si ritrova un chiaro riferimento ad HOSPITIO, cioè luogo atto al ricovero di persone e animali al seguito, albergo, luogo di ospitalità per il viandante povero e non a caso, ancor oggi, sebbene a lettere ormai quasi illeggibili e cancellate dal tempo, sopra all'arco del portico di ingresso vi sono tracce di una scritta dicente:"QUI SI OFFRE VITTO ALLOGGIO E STALLA".
Era quindi luogo di ospitalità continua, cotidiana, per il viandante occasionale ma anche luogo di assistenza agli indigenti, agli ultimi del posto.
Gli atti relativi all'Hospitale di Calendasco, danno la esatta ubicazione geografica dello stesso, dicendo "STRATA PUBLICA VERSUS".
Nella dizione latina "STRATA PUBLICA" sta per STRADA PRINCIPALE, la via più importante, quella che andava a collegare il Borgo di Calendasco alla città.
I Documenti relativi all'Hospitio di Calendasco, sono redatti per la maggior parte, sotto al portico dello stesso, ed esso era ed è tutt'ora, ubicato a lato della strada principale, "STRATA PUBLICA VERSUS".
Gli studi riportano che i Terziari francescani avevano in Italia molti romitori come quello detto 'al gorgolare' di Calendasco, ove spinti dal desiderio di perfezione, sotto la guida di un superiore da loro stessi scelto, si dedicavano al servizio degli infermi poveri e pellegrini presso qualche pubblico ospedale od ospitio
23 marzo 2026
LIBRO DEL 1890
«…chi
non vede che nella
sua
fronte,
e
nella
sua
prima sillaba porta scolpito il cuore ? le
seguenti poi in
due maniere possono con la
prima congiungersi: Cor
rado, questa
è la prima; Cor addo,
questa é la seconda:
nella prima si fa menzione
di togliere e di radere: ed
ecco l'offizio dello
Scultore; nella seconda di aggiungere,
ed ecco quello del Pittore. E
meritamente ambidue nel
l'istesso nome comprendonsi :
perché sogliono andar
sempre congiunte quest'arti,
e non toglie mai Dio, se
non per dare.
Su
dunque, veggiamo
come il cuor di
Corrado
fu disposta materia per ricevere, e come in
fatti ricevè
gli effetti meravigliosi, benché fra lor diversi, della scultura e della
pittura del celeste Artefice, che ad
imitazione poi di
lui,
apprenderemo anche noi, la maniera
di renderci capaci di così gran bene.»
A
fronte di questa analisi del nome Corrado, rimane
pressoché
sbiadito il pensiero suggerito al panegirista
dal cognome Confalonieri.
«....
lascio l'esser egli
(San
Corrado)
germe di nobilissima radice,
che fu la famiglia
Confalonieri, e per
antichità, e per numero d'uomini
illustri nelle lettere, e
nell'armi, ben degna di portare
fra l'altre il
Confalone… »
Degna di tutto il resto è la descrizione dell' incendio.
Cav. Bartolomeo Veratti
22 marzo 2026
UN ASPETTO STORICO CORRADIANO
La critica moderna dimostra che il suo autore non fu Eugenio Guiti, presunto confessore del santo, né fra Michele Lombardo, suo compagno nella vita eremitica, ma un devoto di lui “semplice e sincero, che scisse fatti a lui contemporanei”.
Il primo passo che ci interessa, tradotto dall’originale siciliano, suona così:
«E vedendosi messer Corrado nudo delle cose del mondo, gli venne in cuore di andare a servire Dio. E riconciliò la sua famiglia e la raccomandò a Dio ed egli d’altra parte se ne andò a servire Dio. E messere Corrado pervenne dove c’erano poveri e servitori di Dio ed egli narrò il fatto a loro dicendo che voleva servire Dio; quelli lo ricevettero volentieri per un certo tempo e intorno a pochi giorni lo vestirono e gli mostrarono la via che doveva tenere e l’opera che doveva fare. Ed essendo ammaestrato egli partì».
Che qui si tratti dell’ammissione ad un ordine religioso è evidente. Ma a quale ordine? Non si dice, ma non è difficile indagarlo, seguendo passo passo le parole del testo.
Rimane in primo luogo fuori dubbio che non si possa parlare di San Corrado come di un “eremita irregolare”, tanto precise sono le norme, descritte dal nostro Anonimo, che furono seguite per la sua ammissione all’ordine. Un eremita irregolare sarebbe stato considerato un abusivo e, non potendo esibire il diploma di eremita, rilasciato dalla competemte autorità della Chiesa, non arebbe potuto questuare né assumere la custodia di una cappella, di un cimitero, di un eremo.
Un eremita irregolare sarebbe stato un solitario. Invece Corrado ebbe e desiderò avere sempre dei compagni negli eremi. Così nell’eremo piacentino, così alle Celle e ai Pizzoni di Noto.
Il primo gesto di Corrado fu la riconciliazione: con la sua famiglia che aveva mandato in rovina e con i proprietari dei luoghi incendiati. Proprio come prescriveva la «Regola dei Fratelli e delle Sorelle dell’ordine dei frati della Penitenza», approvata nel 1289 da Niccolò IV, dove si leggeva al cap. II che chi voleva essere ammesso, doveva innanzitutto “restituire la roba altrui… riconciliarsi con i prossimi”.
Tanto era importante la riconciliazione che il capo VI della stessa regola disponeva che si facesse tre volte l’anno, a Natale, a Pasqua e a Pentecoste, in coincidenza con la confessione e la comunione.
La frase “servire Dio”, che non si legge nella Regola di Nicolò IV, era però contenuta nel Memoriale propositi, che fu la prima regola dei penitenti e prima ancora nelle due lettere di San Francesco ai penitenti, nella prima delle quali si diceva che è cosa amara costringere il corpo a servire Dio, il che veniva ripetuto nella seconda.
A ciò si aggiunga che le più antiche bolle papali identificavano l’appartenenza all’ordine della Penitenza con l’impegno di servire Dio: “quicumque ad Dei servitutem accedit… (Bolla “Detestanda” di Gregorio IX, del 1 aprile 1228); i penitenti erano detti “Domini servos” (Bolla “Nimis patenter” del 26 maggio 1228) e la loro vita era una “servitium Creatoris” (Bolla “Cum illorum” del 2 agosto 1229).
«Riconciliazione» e «servizio di Dio» furono infatti i due primi passi che fece Corrado dopo la sua conversione. Risulta ben chiaro dalla “Vita” che il servire Dio non era soltanto un impegno personale per Corrado, ma era già da sempre l’impegno comunitario della fraternità eremitica, che l’aveva accolto, composta di “Poveri e servitori di Dio”.
21 marzo 2026
MARINAI DEL PO
Al contrario i Marinai del borgo sul Po avrebbero subito una pena pecuniaria ed altre arbitrarie, cioè decise al momento dallo stesso Governatore.
Una vocazione di pescatori e marinai del Grande Fiume che condividevano con altri abitanti delle zone rivierasche tra i quali gli uomini di Roncarolo e della Mortizza piacentina.
20 marzo 2026
PITTURE ANTICHE
19 marzo 2026
IL PLAC DELLA CONGIURA
La moneta coniata dal Duca Morto quando era Vivo riportava scolpite le lettere PLAC e le parole Pet.Aloy.Farn.Plac.Dux.
Putacaso le stesse prime lettere dei cognomi dei congiurati: Pallavicini, Landi, Anguissola e Confalonieri “et il luogo era PLACentie”.
Ma sta inganno si scoprì solo dopo la morte.
A noi sta bene ricordare del Giovan Luigi Confalonieri di Calendasco lì abitante e feudatario (con i fratelli!); mandò quindi il giovanissimo nipote del Duca ucciso, cioé l’Orazio Farnese, sicari contro il Confalonieri che però miseramente non andarono a segno.
Non fu l’unico tentativo dei Farnese nello scorrer del tempo di far uccidere i congiurati.
Eh sì, era dura da digerire perché non ostante l’onta del Duca Morto si recita testuale nella confisca che “l’Ecc.mo Signor Duca di Parma (Piacenza non è nominata in questo atto e ciò la dice lunga ndr) pagarà l’ammontare del Castello, beni et ragioni di Calendasco delli Ill.mi Signori Confalonieri secondo l’estimo fatto…”. Documenti che cito e che possiedo in copia anastatica nella loro completezza.
Gli tocca pure pagare e molto! Dimenticavo siamo nel 1582, il fattaccio era del 1547!
Domanda: avrà saldato con l’antico conio PLAC?
Umberto Battini














